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Jean

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Cattolico
papista (a volte più del Papa)
oscurantista (dormo meglio al buio!)

Mae govannen, mellon nin

«L’essenziale sta nel non scoraggiarsi mai. L’essenziale sta nel lottare tutti i giorni, perché finché si lotta non si è mai vinti» (Gonzague de Reynold)

Segreto di confessione...

Peppone si confessa da don Camillo e nell'accusa dei peccati c'é

anche la bastonata che aveva dato tempo prima al parroco.

Dopo l'assoluzione don Camillo non sta piú nella pelle...

 

«[...]

"Gesú" disse "perdonatemi, ma io gliele pesto."

"Neanche per sogno" rispose Gesú "io l'ho perdonato e anche tu devi perdonare. In fondo é un brav'uomo."

"Gesú, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare. Guardalo bene; non vedi che faccia da barabba che ha?"

"Una faccia come tutta le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!"

"Gesú, se vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena. Cos'é una candela, Gesú mio?"

"No" rispose Gesú. "Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere."

 

Don Camillo sospiró. Si inchinó e usci dal cancelletto. Si volse verso l'altare per segnarsi ancora, e cosí si trovó dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere.

"Sta bene" gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesú. "Le mani sono fatte per benedire ma i piedi no!".

"Anche questo é vero" disse Gesú dall'alto dell'altare. "Peró mi raccomando, don Camillo: una sola!"

 

La pedata partí come un fulmine. Peppone incassó senza battere ciglio, poi si alzó e sospiró, sollevato: "E' dieci minuti che l'aspettavo" disse. "Adesso mi sento meglio."

"Anch'io" esclamó don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno.

 

Gesú non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche lui.»

 

Guareschi G., Don Camillo, Peccato confessato

Don Camillo sa come far vibrare le corde del cuore del vecchio Peppone...

  

Una delle scene più poetiche di Don Camillo!

 (tratto da "Don Camillo e l'onorevole Peppone")

Guareschi ed il "progresso"

«[…] gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche. E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria.»

 

Guareschi G., Don Camillo, Introduzione

Firma_Guareschi

La polvere dai piedi di Papa Benedetto XVI

La polvere dai piedi di Papa Benedetto XVI

Comunicato di Alleanza Cattolica

 

La massima autorità accademica dell’Università La Sapienza di Roma  — ateneo fondato nel 1303 da Papa Bonifacio VIII (1294-1303) sulla scia dell’alma mater studiorum di Bologna, la cui istituzione viene fatta risalire al 1088 — aveva invitato all’inaugurazione dell’anno accademico 2007-2008 Papa Benedetto XVI. Il non gradimento per la presenza del Pontefice è stato chiassosamente manifestato da un’esigua minoranza di docenti e di studenti sulla base di speciose argomentazione laicistiche, cioè frutto d’ignoranza, ed echeggiato dai mezzi di comunicazione sociale.

 

A questo punto l’«invitato non gradito» ha declinato l’invito, certamente memore di quanto si legge in Matteo 10, 14 «Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi»; in Marco 6, 11 «Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro»; e in Luca 9, 5 «Quanto a coloro che non vi accolgono, nell'uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi».

 

I commenti e la polemica che dall’episodio sono nati vertono principalmente sull’offesa fatta al Sommo Pontefice, offesa indubbia, dopo averlo invitato. Ma non danno adeguato spazio al problema relativo alla situazione in cui si è messo l’invitante — singolarmente e corporativamente —, situazione che suggerisce il rimando a Luca 23, 28: «Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”».

 

Con questo spirito domenica 20 gennaio 2008 i soci di Alleanza Cattolica saranno presenti, fisicamente oppure spiritualmente, in Piazza San Pietro all’Angelus, certo per testimoniare affetto al Santo Padre, ma anche per pregare e per chiedergli di pregare per un popolo e per le sue istituzioni che, in spregio dei diritti delle maggioranze, rifiutano perfino di ascoltare, meritando — perché così preferiscono — in questo modo la polvere piuttosto che la parola.

 

Roma, 18 gennaio 2008

Festa di santa Liberata e di santa Faustina monache

Quel professore e Papa della ragione, a disposizione del suo tempo

Benedetto XVI fa un nuovo regalo all’occidente e agli uomini liberi e responsabili: un gran discorso laico (censurato) sulla ricerca della verità

 

editoriale di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO – 17 gennaio 2008

 

Quando fu eletto, tra i nostri laicissimi applausi di atei devoti (formula ironica e autoironica), lo definimmo Papa della ragione. La fede nell’avvenimento cristiano in un successore di Pietro è implicita, l’apertura alla ragione, e generosa e dialogante, era invece una scelta, una caratterizzazione che nasceva, oltre che da antiche radici patristiche agostiniane e tomiste, dallo stile e dalle idee dell’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e dal lungo e splendente papato del suo predecessore Giovanni Paolo II.

 

Ci era sembrato, da molto tempo e in modo esplosivo da qualche anno, che quel teologo e pastore della chiesa cattolica fosse, nella sua adamantina sicurezza intellettuale e anche nella sua mitezza, qualcuno che si metteva a disposizione del suo tempo. In questo una vera creatura del Concilio Vaticano II, sebbene un critico rigoroso di certi approdi che nel dopo-Concilio avevano compromesso alcuni aspetti della identità cristiana e cattolica nel mondo.

 

Mettersi a disposizione del tempo, senza farsene divorare, voleva dire, per quel cardinale teologo venuto dalla Baviera, discutere in modo impegnativo e nel segno del reciproco ascolto di stato e laicità, di etica e cittadinanza, con un rilevante intellettuale europeo come Jürgen Habermas, per esempio, o di scienza e storia con Ernesto Galli della Loggia, per esempio, o di radici cristiane dell’Europa con Marcello Pera, e con tante altre espressioni della cultura scientifica e mondana in Europa e nel mondo moderno.

Voleva dire anche ingaggiare epiche battaglie intorno al cristianesimo marxista dei teologi della liberazione nel mondo ispanico e latinoamericano, puntando, ben prima della fine del comunismo storico, su un argomento razionale che poi da Papa confermerà nella enciclica Spe salvi: per quanto Marx abbia argomentato vigorosamente la necessità di riformare le strutture, confinare la speranza escatologica degli uomini e delle donne che abitano la terra in nuovi ordinamenti mondani, e solo in quelli, è illusorio.

 

Quella disponibilità verso il tempo, il professor Ratzinger, come prima di lui Paolo VI nella drammatica enciclica Humanae vitae, promulgata giusto quarant’anni fa, la espresse opportune et importune, come dice San Paolo citato oggi da un nostro squisito lettore. La esprimeva cioè, con coraggio e lucidità intellettuale, accompagnando e insieme contrastando l’aria del tempo. Fu così quando parlava delle donne moderne, sollecitando spesso risposte non banali del femminismo internazionale; quando diceva la sua sulla morale sessuale e familiare, sollevando polveroni ed equivoci ma anche questioni di una certa importanza, che solo la mentalità del pregiudizio poteva esorcizzare con l’astio e l’irrisione. Che un uomo poi vestito di bianco, titolare di un deposito di fede e di cultura così incontestabilmente profondo, intendesse rinnovare l’archivio aureo del cristianesimo di tutti i tempi con le sue conferenze di teologo e i suoi libri, e con le sue omelie di pastore, mettendosi a confronto in ogni campo con le grandi e piccole faccende del nostro modo di ragionare, affrontando i labirinti del nichilismo filosofico, dell’esistenzialismo e del decostruzionismo postmoderno, sembrava a noi atei devoti (form. iron. et autoiron.) una laica benedizione o più modestamente un aiuto insperato in un’epoca di svuotamento tendenziale del significato del vivere e del convivere. Specie in relazione al risveglio del temperamento più fanatico di un certo islamismo radicale, che proponeva come cura violenta del relativismo occidentale l’assolutezza della legge teocratica.

 

Non ci eravamo sbagliati, e questo è tutto. Lo dimostra il magnifico discorso “universitario” che pubblichiamo al posto della tradizionale prima pagina, due giorni dopo la vergogna laica che abbiamo provato per l’insipienza dei sapienti che hanno impedito a quelle parole di suonare il loro suono sempre aperto al contraddittorio nell’aula magna della più grande, e della più miserabile, oggi, Università europea. Il direttore di Repubblica, che ha fatto di noi ratzingeriani laici il suo piccolo capro espiatorio per cavarsi d’impaccio nel tremendo contrappasso causato dalla demenza intollerante di gente del suo mondo, deve ora farci la grazia di rivedere i suoi giudizi con onestà.

 

Non siamo disponibili, come lui ingenuamente chiede, a conversioni forzose, magari per pregare un Dio finalmente trovato in una dimensione esclusivamente privata, come a lui piacerebbe, tacendo sul resto e lasciando campo libero ai salon spenti dell’illuminismo per dettare l’agenda del pensiero.

 

E continueremo, possibilità che ci offre un tollerante e laico Papa della ragione, a lasciarci sollecitare e interrogare nel coraggio della verità e della sua ricerca.

I contestatori di Benedetto e lo morale del maiale: non si butta via niente!

Non si butta nulla, né la frocessione né lo speciale da pronto di Liberazione
editoriale di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO - 17 gennaio 2008
 
E dunque, il “porchettaro anticlericale” non molla. Se Benedetto ha deciso di marinare La Sapienza, non sia mai che una “porchettata” vada a vuoto. Così, parecchio satolli e disgraziatamente sfaccendati, i ferventi contestatori confermano per oggi l’annunciato casino, con azioni, a leggere Liberazione, “incentrate sulla ‘libertà dei corpi’”: il solito linguaggio che sembra tanto e non significa niente. Di più (e questa perla era sul Manifesto): “Non ci basta il Papa fuori dalla Sapienza, lo vogliamo fuori dalle nostre vite”. Non ci fosse lo inventerebbero, il Papa. Sul giornale di Rifondazione – che ha cronache esilaranti sul mancato evento, “volevamo fare come i giacobini della Repubblica romana che nel 1798 piantavano ‘alberi della libertà’ in piazza contro lo Stato Pontificio”, da rivoluzionari a forestali – c’è l’annuncio più sorprendente. In prima, vicino a una caricatura del Papa, si legge: “Paparazzin non rinuncia. Giovedì edizione speciale”.
 
Si vede che, come i contestatori per la porchetta, pure il direttore Sansonetti si ritrova con del lavoro fatto – analisi di genere, allarme clericale, fancazzismo vario – e non vuole che vada perso. Debitamente ispirato, c’è da pensare (e sempre quella porchetta torna centrale) alla morale del maiale: non si butta via niente. E così come Sansonetti non butta l’edizione speciale già pronta, i “frociati” non rinunciano alla “frocessione”, i tormentati alla lotta contro “la Santa Alleanza Mussi-Veltroni-Papa” e i più intellettuali nemmeno al grido di battaglia: “Liberiamo i saperi” – ammanettati forse dal cardinal vicario. Una fosca carnevalata ora impossibile da sospendere, tra desiderio di piantare marijuana davanti alla statua di Minerva, becerate tipo “+ Maria – Gesù” oppure “+ Maria – Ratzinger”, pensose dichiarazioni “di Paola dei Collettivi de La Sapienza, poncho rosso, codini alla Frida Kahlo”, Uno striscione: “La Sapienza ostaggio del Papa”. Bene chiarirlo, sennò qualcuno potrebbe pensare che è solo ostaggio della stupiditá.

La paura della veritá!

Il direttore de “L'Osservatore Romano” sulla mancata visita del Papa

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 16 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'articolo scritto per l'edizione del 17 gennaio de “L'Osservatore Romano” dal suo Direttore, Giovanni Maria Vian, sulla mancata visita di Benedetto XVI all'Università “La Sapienza” di Roma.

 

La paura della verità

Quello che era inimmaginabile è accaduto: la visita di Benedetto XVI alla Sapienza in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico non si terrà. La notizia ha scosso l'Italia e ha poi cominciato a fare il giro del mondo, mentre cresce la marea delle reazioni, sincere o strumentali: incredule, addolorate, indignate, enfatiche, in alcuni casi persino più o meno soddisfatte. L'ondata decrescerà, naturalmente, ma resta il fatto grave che il Papa ha dovuto rinunciare a recarsi nella prima università di Roma, la città di cui è vescovo, nell'ateneo più grande del Paese del quale è primate. Perché si è arrivati a tanto? La risposta è semplice: a causa dell'intolleranza, radicalmente antidemocratica, di pochi, anzi di pochissimi.

E ora, come nella favola dell'apprendista stregone, tra quanti, a diversi livelli, hanno lasciato, in modo irresponsabile, che montasse questa opposizione preconcetta e ottusa - che va distinta da possibili dissensi, ovviamente legittimi quando siano espressi in modi civili e con metodi democratici - alla visita papale, vi è addirittura chi si preoccupa e rammarica. Dopo aver osservato nei giorni precedenti un silenzio pressoché totale. E la gravità del fatto, senza precedenti nella storia della Repubblica italiana, è confermata dalla lettera al Papa del capo dello Stato, un gesto sincero e nobile che attenua in parte l'incidente.

L'intenzione di Benedetto XVI era evidente: dimostrare interesse e simpatia nei confronti della più vasta comunità accademica italiana, da decenni afflitta da molteplici problemi e che vive in questi ultimi tempi la crisi più ampia delle istituzioni universitarie, in Italia e più in generale nel contesto europeo. Per dire la sua sul ruolo dell'università, certo, ma con una chiarezza ragionevole e desiderosa di confronto che si accompagna a una mitezza fuori del comune. Da teologo e pastore quale è sempre stato. Senza dimenticare la statura intellettuale e accademica, di respiro davvero internazionale, in genere riconosciutagli anche dai suoi avversari.

Per di più in una istituzione laica e autonoma la cui storia secolare è profondamente intrecciata a quella del papato - sin dalla fondazione nel 1303 da parte di Bonifacio VIII, e con benemerenze culturali indubbie - e dove i successori di Pietro si sono di conseguenza sentiti quasi come a casa propria, come sottolineò il 15 marzo 1964 durante la sua visita Paolo VI, antico studente nell'ateneo romano, e come mostrò il 19 aprile 1991 Giovanni Paolo II, quel giorno ospite dell'antico studium urbis.

In continuità con i suoi predecessori, Benedetto XVI avrebbe voluto tornare in un luogo dov'era già stato da cardinale il 15 febbraio 1990 per sostenere la necessità di una dialettica positiva tra fede e ragione, ma ha dovuto rinunciare. Già Paolo VI, avvertendo l'atteggiamento oppositorio fondato su luoghi comuni e toni polemici di quanti mantengono occhi chiusi e animo ostile, volle rassicurarli: il Papa - disse - non forzerà il loro raziocinio chiuso, non scardinerà alcuna porta e starà fuori a bussare, come il "testimone" descritto dall'Apocalisse (3, 20), dicendo a chi non apre: studia, capisci te stesso, leggi nella tua anima, guarda l'esperienza autentica che il nostro tempo sta vivendo proprio nella negazione dei valori religiosi e delle verità trascendenti, e troverai, in così diffuso tormento, un numero ingente di paurose rovine; a cominciare dalla più ampia e desolata: la disperazione, l'assurdo, l'arido nulla.

Ora anche Benedetto XVI bussa senza stancarsi alla porta di ogni essere umano, fiducioso che la ragione non vorrà chiudersi alla fede, all'incontro con Cristo. Davvero c'è qualcuno che onestamente può considerare questo atteggiamento oscurantista, prevaricatore, nemico della scienza? Chi può davvero temere quest'uomo mite e ragionevole, questo pastore che appena eletto alla sede di Roma ha dichiarato di avere assunto il suo ministero nella consapevolezza di non essere solo? E il Papa non è solo: tutta la Chiesa oggi prega per lui, come pregava per Pietro a Gerusalemme, e sono moltissimi anche i non cattolici e i non cristiani che gli sono vicini. Senza paura di confrontarsi con la verità.

Una minoranza laicista e ignorante nega al Papa il diritto di parola

di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO - 16 gennaio 2008
 
La vergogna è un sentimento laico, oggi. Vergogna per il fatto che una minoranza laicista ignorante, intollerante, violenta è riuscita a togliere il diritto di parola a un filosofo e teologo accolto a braccia aperte nelle principali università di tutto il mondo, prima e dopo la sua elezione a Papa.

Vergogna per il fatto che una grande Università europea, fondata da Bonifacio VIII nel quattordicesimo secolo, è stata degradata ulteriormente e addirittura abbassata sotto l’infimo rango che purtroppo è suo da molti anni, quello di epicentro dell’insolenza intellettuale, dell’idiosincrasia epidermica verso il confronto delle idee e delle culture, di una corsa irrazionalistica verso il vuoto nichilista nella forma della beceraggine, del dileggio, del linciaggio in effigie travestito da goliardismo e da anticlericalismo.

L’Università di Roma “La Sapienza” è la stessa da cui fuggì il filosofo Lucio Colletti, la stessa in cui fu intimidito lo storico Renzo De Felice, la stessa in cui si è costruita la cattedra collettiva dei peggiori maestri della cultura italiana, in testa il grottesco palindromo che tutti sanno e che per discrezione è meglio non nominare, insieme con l’asineria e la marginalità sociale di generazioni di studenti messi nelle condizioni di non apprendere un briciolo di verità razionale e umanistica e di disimparare sistematicamente quello che le generazioni precedenti di docenti e discenti avevano amorevolmente coltivato nelle sinuose vie di una storia secolare. Tutto questo in odio a un uomo mite, colto, sensibile, il professor Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, il cui pensiero è regolarmente travisato, per stupidità ideologica, da coloro che pretenderebbero per sé la palma del libero pensiero.

A questa vergogna incancellabile, alla quale come sempre hanno cooperato le vecchie barbe del laicismo di convenienza e d’abitudine annidate nel cuore dell’editoria e della cultura italiane, cercheremo di porre un piccolo argine culturale e civile questa sera, riunendoci in condizioni di emergenza per una serata di conversazione laica sulla libertà di parola così banalmente e violentemente tradita dai soliti chierici che sono la vergogna dell’Europa dagli anni Trenta ad oggi, senza apprezzabili variazioni di stile e di tono.

Totò e Peppino: la lettera ed il vigile

 

Il riposo estivo ed il nostro prossimo...

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Lorenzago di Cadore (Belluno)
Domenica, 15 luglio 2007

Cari fratelli e sorelle,

ringrazio il Signore che anche quest'anno mi offre la possibilità di trascorrere alcuni giorni di riposo in montagna, [...] davanti a questo spettacolo di prati, di boschi, di vette protese verso il cielo, sale spontaneo nell'animo il desiderio di lodare Dio per le meraviglie delle sue opere, e la nostra ammirazione per queste bellezze naturali si trasforma facilmente in preghiera.

Ogni buon cristiano sa che le vacanze sono tempo opportuno per distendere il fisico ed anche per nutrire lo spirito attraverso spazi più ampi di preghiera e di meditazione, per crescere nel rapporto personale con Cristo e conformarsi sempre più ai suoi insegnamenti.

Quest'oggi, ad esempio, la liturgia ci invita a riflettere sulla celebre parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37), che introduce nel cuore del messaggio evangelico: l'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo. Ma chi è il mio prossimo? - chiede l'interlocutore a Gesù. E il Signore risponde ribaltando la domanda, mostrando, attraverso il racconto del buon samaritano, che ciascuno di noi deve farsi prossimo di ogni persona che incontra. "Va' e anche tu fa' lo stesso!" (Lc 10,37). Amare, dice Gesù, è comportarsi come il buon samaritano. Noi sappiamo, del resto, che Buon Samaritano per eccellenza è proprio Lui: pur essendo Dio, non ha esitato ad abbassarsi sino a farsi uomo e a dare la vita per noi.

L'amore è dunque il "cuore" della vita cristiana; infatti solo l'amore, suscitato in noi dallo Spirito Santo, ci rende testimoni di Cristo. Ho voluto riproporre quest'importante verità spirituale nel Messaggio per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, che verrà reso noto venerdì prossimo, 20 luglio: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1, 8).

Questo il tema su cui, cari giovani, vi invito a riflettere nei prossimi mesi, per prepararvi al grande appuntamento che avrà luogo a Sydney, in Australia, tra una anno, proprio in questi giorni di luglio. Le comunità cristiane di quell'amata Nazione stanno attivamente lavorando per accogliervi e sono loro grato per gli sforzi organizzativi che stanno compiendo.

Affidiamo a Maria, che domani invocheremo come Vergine del Monte Carmelo, il cammino di preparazione e lo svolgimento del prossimo incontro della gioventù del mondo intero, al quale vi invito, cari amici di ogni Continente, a partecipare numerosi.

Compiti per le vacanze...

RISPOSTE A QUESITI RIGUARDANTI ALCUNI ASPETTI
CIRCA LA DOTTRINA SULLA CHIESA
 
Introduzione
Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione dogmatica Lumen gentium e con i Decreti sull'Ecumenismo (Unitatis redintegratio) e sulle Chiese orientali (Orientalium Ecclesiarum), ha contribuito in modo determinante ad una comprensione più profonda dell'ecclesiologia cattolica. Al riguardo anche i Sommi Pontefici hanno voluto offrire approfondimenti e orientamenti per la prassi: Paolo VI nella Lettera Enciclica Ecclesiam suam (1964) e Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Ut unum sint (1995).
Il conseguente impegno dei teologi, volto ad illustrare sempre meglio i diversi aspetti dell'ecclesiologia, ha dato luogo al fiorire di un'ampia letteratura in proposito. La tematica si è infatti rivelata di grande fecondità, ma talvolta ha anche avuto bisogno di puntualizzazioni e di richiami, come la Dichiarazione Mysterium Ecclesiae (1973), la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica Communionis notio (1992) e la Dichiarazione Dominus Iesus (2000), tutte pubblicate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
 
La vastità dell'argomento e la novità di molti temi continuano a provocare la riflessione teologica, offrendo sempre nuovi contributi non sempre immuni da interpretazioni errate che suscitano perplessità e dubbi, alcuni dei quali sono stati sottoposti all'attenzione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Essa, presupponendo l'insegnamento globale della dottrina cattolica sulla Chiesa, intende rispondervi precisando il significato autentico di talune espressioni ecclesiologiche magisteriali, che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese.
 
RISPOSTE AI QUESITI
 
Primo quesito: Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha forse cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa ?
 
Risposta: Il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare né di fatto ha cambiato tale dottrina, ma ha voluto solo svilupparla, approfondirla ed esporla più ampiamente.
Proprio questo affermò con estrema chiarezza Giovanni XXIII all’inizio del Concilio[1]. Paolo VI lo ribadì[2] e così si espresse nell’atto di promulgazione della Costituzione Lumen gentium: "E migliore commento sembra non potersi fare che dicendo che questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era, resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti. Soltanto ciò che era semplicemente vissuto, ora è espresso; ciò che era incerto, è chiarito; ciò che era meditato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione"[3]. I Vescovi ripetutamente manifestarono e vollero attuare questa intenzione[4].
 
 
Secondo quesito: Come deve essere intesa l’affermazione secondo cui la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica ?
 
Risposta: Cristo "ha costituito sulla terra" un’unica Chiesa e l’ha istituita come "comunità visibile e spirituale"[5], che fin dalla sua origine e nel corso della storia sempre esiste ed esisterà, e nella quale soltanto sono rimasti e rimarranno tutti gli elementi da Cristo stesso istituiti[6]. "Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica […]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui"[7].
Nella Costituzione dogmatica Lumen gentium 8 la sussistenza è questa perenne continuità storica e la permanenza di tutti gli elementi istituiti da Cristo nella Chiesa cattolica[8], nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra.
Secondo la dottrina cattolica, mentre si può rettamente affermare che la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle Chiese e nelle Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica grazie agli elementi di santificazione e di verità che sono presenti in esse[9], la parola "sussiste", invece, può essere attribuita esclusivamente alla sola Chiesa cattolica, poiché si riferisce appunto alla nota dell’unità professata nei simboli della fede (Credo…la Chiesa "una"); e questa Chiesa "una" sussiste nella Chiesa cattolica[10].
 
 
Terzo quesito: Perché viene adoperata l’espressione "sussiste nella" e non semplicemente la forma verbale "è" ?
 
Risposta: L’uso di questa espressione, che indica la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica, non cambia la dottrina sulla Chiesa; trova, tuttavia, la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino "numerosi elementi di santificazione e di verità", "che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica"[11].
"Perciò le stesse Chiese e Comunità separate, quantunque crediamo che hanno delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Infatti lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica"[12].
 
 
Quarto quesito: Perché il Concilio Ecumenico Vaticano II attribuisce il nome di "Chiese" alle Chiese orientali separate dalla piena comunione con la Chiesa cattolica ?
 
Risposta: Il Concilio ha voluto accettare l’uso tradizionale del nome. "Siccome poi quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il Sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora uniti con noi da strettissimi vincoli"[13], meritano il titolo di "Chiese particolari o locali"[14], e sono chiamate Chiese sorelle delle Chiese particolari cattoliche[15].
"Perciò per la celebrazione dell’Eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce"[16]. Siccome, però, la comunione con la Chiesa cattolica, il cui Capo visibile è il Vescovo di Roma e Successore di Pietro, non è un qualche complemento esterno alla Chiesa particolare, ma uno dei suoi principi costitutivi interni, la condizione di Chiesa particolare, di cui godono quelle venerabili Comunità cristiane, risente tuttavia di una carenza[17].
D’altra parte l’universalità propria della Chiesa, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui, a causa della divisione dei cristiani, trova un ostacolo per la sua piena realizzazione nella storia[18].
 
 
Quinto quesito: Perché i testi del Concilio e del Magistero successivo non attribuiscono il titolo di "Chiesa" alle Comunità cristiane nate dalla Riforma del 16° secolo ?
 
Risposta: Perché, secondo la dottrina cattolica, queste Comunità non hanno la successione apostolica nel sacramento dell’Ordine, e perciò sono prive di un elemento costitutivo essenziale dell’essere Chiesa. Le suddette Comunità ecclesiali, che, specialmente a causa della mancanza del sacerdozio ministeriale, non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico[19], non possono, secondo la dottrina cattolica, essere chiamate "Chiese" in senso proprio[20].
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato e confermato queste Risposte, decise nella sessione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 29 giugno 2007, nella solennità dei Ss. Pietro e Paolo, Apostoli.
 
William Cardinale Levada
Prefetto
Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo tit. di Sila
Segretario
 

[1] GIOVANNI XXIII, Allocuzione dell’11 ottobre 1962: "…il Concilio…vuole trasmettere pura e integra la dottrina cattolica, senza attenuazioni o travisamenti…Ma nelle circostanze attuali il nostro dovere è che la dottrina cristiana nella sua interezza sia accolta da tutti con rinnovata, serena e tranquilla adesione…E’ necessario che lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero compia un balzo in avanti, che la medesima dottrina sia conosciuta in modo più ampio e approfondito…Bisogna che questa dottrina certa e immutabile, alla quale è dovuto ossequio fedele, sia esplorata ed esposta nella maniera che l’epoca nostra richiede. Altra è la sostanza del depositum fidei, o le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, ed altro è il modo in cui vengono enunciate, sempre tuttavia con lo stesso senso e significato" : AAS 54 [1962] 791; 792.
 
[2] Cf. PAOLO VI, Allocuzione del 29 settembre 1963: AAS 55 [1963] 847-852.
 
[3] PAOLO VI, Allocuzione del 21 novembre 1964: AAS 56 [1964] 1009-1010 (trad. it. in: L’Osservatore Romano, 22 novembre 1964, 3).
 
[4] Il Concilio ha voluto esprimere l’identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa Cattolica. Ciò si trova nelle discussioni sul Decreto Unitatis redintegratio. Lo Schema del Decreto fu proposto in Aula il 23. 9. 1964 con una Relatio (Act Syn III/II 296-344). Ai modi inviati dai vescovi nei mesi seguenti il Segretariato per l’Unità dei Cristiani risponde il 10.11.1964 (Act Syn III/VII 11-49). Da questa Expensio modorum si riportano quattro testi concernenti la prima risposta.
A) [In Nr. 1 (Prooemium) Schema Decreti: Act Syn III/II 296, 3-6]"Pag. 5, lin. 3-6: Videtur etiam Ecclesiam catholicam inter illas Communiones comprehendi, quod falsum esset.

R(espondetur): Hic tantum factum, prout ab omnibus conspicitur, describendum est. Postea clare affirmatur solam Ecclesiam catholicam esse veram Ecclesiam Christi" (Act Syn III/VII 12).

B) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 297-301]

"4 - Expressius dicatur unam solam esse veram Ecclesiam Christi; hanc esse Catholicam Apostolicam Romanam; omnes debere inquirere, ut eam cognoscant et ingrediantur ad salutem obtinendam...

R(espondetur): In toto textu sufficienter effertur, quod postulatur. Ex altera parte non est tacendum etiam in aliis communitatibus christianis inveniri veritates revelatas et elementa ecclesialia"( Act Syn III/VII 15). Cf. anche ibidem punto 5.

C) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 296s]

"5 - Clarius dicendum esset veram Ecclesiam esse solam Ecclesiam catholicam romanam...

R(espondetur): Textus supponit doctrinam in constitutione ‘De Ecclesia’ expositam, ut pag. 5, lin. 24-25 affirmatur" (Act Syn III/VII 15). Quindi la commissione che doveva valutare gli emendamenti al Decreto Unitatis redintegratio esprime con chiarezza l’identità della Chiesa di Cristo e della Chiesa cattolica e la sua unicità, e vede questa dottrina fondata nella Costituzione dogmatica Lumen gentium.

D) [In Nr. 2 Schema Decreti: Act Syn III/II 297s]

"Pag. 6, lin. 1- 24: Clarius exprimatur unicitas Ecclesiae. Non sufficit inculcare, ut in textu fit, unitatem Ecclesiae.

R(espondetur): a) Ex toto textu clare apparet identificatio Ecclesiae Christi cum Ecclesia catholica, quamvis, ut oportet, efferantur elementa ecclesialia aliarum communitatum".

"Pag. 7, lin. 5: Ecclesia a successoribus Apostolorum cum Petri successore capite gubernata (cf. novum textum ad pag. 6, lin.33-34) explicite dicitur ‘unicus Dei grex’ et lin. 13 ‘una et unica Dei Ecclesia’ " (Act Syn III/VII).

Le due espressioni citate sono quelle di Unitatis redintegratio 2.5 e 3.1.

[5] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.1.

[6] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 3.2; 3.4; 3.5; 4.6.

[7] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.

[8] Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Mysterium Ecclesiae, 1.1: AAS 65 [1973] 397; Dich. Dominus Iesus, 16.3: AAS 92 [2000-II] 757-758; Notificazione sul libro di P. Leonardo Boff, OFM, "Chiesa: carisma e potere": AAS 77 [1985] 758-759.

[9] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, 11.3: AAS 87 [1995-II] 928.

[10] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.

[11] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.

[12] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 3.4.

 
[13] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 15.3; cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio, 17.2: AAS, 85 [1993-II] 848.

[14] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 14.1.

 
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