Jean's profileMae govannen, mellon ninBlogLists Tools Help

Jean

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Cattolico
papista (a volte più del Papa)
oscurantista (dormo meglio al buio!)

Mae govannen, mellon nin

«L’essenziale sta nel non scoraggiarsi mai. L’essenziale sta nel lottare tutti i giorni, perché finché si lotta non si è mai vinti» (Gonzague de Reynold)

Segreto di confessione...

Peppone si confessa da don Camillo e nell'accusa dei peccati c'é

anche la bastonata che aveva dato tempo prima al parroco.

Dopo l'assoluzione don Camillo non sta piú nella pelle...

 

«[...]

"Gesú" disse "perdonatemi, ma io gliele pesto."

"Neanche per sogno" rispose Gesú "io l'ho perdonato e anche tu devi perdonare. In fondo é un brav'uomo."

"Gesú, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare. Guardalo bene; non vedi che faccia da barabba che ha?"

"Una faccia come tutta le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!"

"Gesú, se vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena. Cos'é una candela, Gesú mio?"

"No" rispose Gesú. "Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere."

 

Don Camillo sospiró. Si inchinó e usci dal cancelletto. Si volse verso l'altare per segnarsi ancora, e cosí si trovó dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere.

"Sta bene" gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesú. "Le mani sono fatte per benedire ma i piedi no!".

"Anche questo é vero" disse Gesú dall'alto dell'altare. "Peró mi raccomando, don Camillo: una sola!"

 

La pedata partí come un fulmine. Peppone incassó senza battere ciglio, poi si alzó e sospiró, sollevato: "E' dieci minuti che l'aspettavo" disse. "Adesso mi sento meglio."

"Anch'io" esclamó don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno.

 

Gesú non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche lui.»

 

Guareschi G., Don Camillo, Peccato confessato

Don Camillo sa come far vibrare le corde del cuore del vecchio Peppone...

  

Una delle scene più poetiche di Don Camillo!

 (tratto da "Don Camillo e l'onorevole Peppone")

Guareschi ed il "progresso"

«[…] gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche. E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria.»

 

Guareschi G., Don Camillo, Introduzione

Firma_Guareschi

La polvere dai piedi di Papa Benedetto XVI

La polvere dai piedi di Papa Benedetto XVI

Comunicato di Alleanza Cattolica

 

La massima autorità accademica dell’Università La Sapienza di Roma  — ateneo fondato nel 1303 da Papa Bonifacio VIII (1294-1303) sulla scia dell’alma mater studiorum di Bologna, la cui istituzione viene fatta risalire al 1088 — aveva invitato all’inaugurazione dell’anno accademico 2007-2008 Papa Benedetto XVI. Il non gradimento per la presenza del Pontefice è stato chiassosamente manifestato da un’esigua minoranza di docenti e di studenti sulla base di speciose argomentazione laicistiche, cioè frutto d’ignoranza, ed echeggiato dai mezzi di comunicazione sociale.

 

A questo punto l’«invitato non gradito» ha declinato l’invito, certamente memore di quanto si legge in Matteo 10, 14 «Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi»; in Marco 6, 11 «Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro»; e in Luca 9, 5 «Quanto a coloro che non vi accolgono, nell'uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi».

 

I commenti e la polemica che dall’episodio sono nati vertono principalmente sull’offesa fatta al Sommo Pontefice, offesa indubbia, dopo averlo invitato. Ma non danno adeguato spazio al problema relativo alla situazione in cui si è messo l’invitante — singolarmente e corporativamente —, situazione che suggerisce il rimando a Luca 23, 28: «Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”».

 

Con questo spirito domenica 20 gennaio 2008 i soci di Alleanza Cattolica saranno presenti, fisicamente oppure spiritualmente, in Piazza San Pietro all’Angelus, certo per testimoniare affetto al Santo Padre, ma anche per pregare e per chiedergli di pregare per un popolo e per le sue istituzioni che, in spregio dei diritti delle maggioranze, rifiutano perfino di ascoltare, meritando — perché così preferiscono — in questo modo la polvere piuttosto che la parola.

 

Roma, 18 gennaio 2008

Festa di santa Liberata e di santa Faustina monache

Quel professore e Papa della ragione, a disposizione del suo tempo

Benedetto XVI fa un nuovo regalo all’occidente e agli uomini liberi e responsabili: un gran discorso laico (censurato) sulla ricerca della verità

 

editoriale di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO – 17 gennaio 2008

 

Quando fu eletto, tra i nostri laicissimi applausi di atei devoti (formula ironica e autoironica), lo definimmo Papa della ragione. La fede nell’avvenimento cristiano in un successore di Pietro è implicita, l’apertura alla ragione, e generosa e dialogante, era invece una scelta, una caratterizzazione che nasceva, oltre che da antiche radici patristiche agostiniane e tomiste, dallo stile e dalle idee dell’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e dal lungo e splendente papato del suo predecessore Giovanni Paolo II.

 

Ci era sembrato, da molto tempo e in modo esplosivo da qualche anno, che quel teologo e pastore della chiesa cattolica fosse, nella sua adamantina sicurezza intellettuale e anche nella sua mitezza, qualcuno che si metteva a disposizione del suo tempo. In questo una vera creatura del Concilio Vaticano II, sebbene un critico rigoroso di certi approdi che nel dopo-Concilio avevano compromesso alcuni aspetti della identità cristiana e cattolica nel mondo.

 

Mettersi a disposizione del tempo, senza farsene divorare, voleva dire, per quel cardinale teologo venuto dalla Baviera, discutere in modo impegnativo e nel segno del reciproco ascolto di stato e laicità, di etica e cittadinanza, con un rilevante intellettuale europeo come Jürgen Habermas, per esempio, o di scienza e storia con Ernesto Galli della Loggia, per esempio, o di radici cristiane dell’Europa con Marcello Pera, e con tante altre espressioni della cultura scientifica e mondana in Europa e nel mondo moderno.

Voleva dire anche ingaggiare epiche battaglie intorno al cristianesimo marxista dei teologi della liberazione nel mondo ispanico e latinoamericano, puntando, ben prima della fine del comunismo storico, su un argomento razionale che poi da Papa confermerà nella enciclica Spe salvi: per quanto Marx abbia argomentato vigorosamente la necessità di riformare le strutture, confinare la speranza escatologica degli uomini e delle donne che abitano la terra in nuovi ordinamenti mondani, e solo in quelli, è illusorio.

 

Quella disponibilità verso il tempo, il professor Ratzinger, come prima di lui Paolo VI nella drammatica enciclica Humanae vitae, promulgata giusto quarant’anni fa, la espresse opportune et importune, come dice San Paolo citato oggi da un nostro squisito lettore. La esprimeva cioè, con coraggio e lucidità intellettuale, accompagnando e insieme contrastando l’aria del tempo. Fu così quando parlava delle donne moderne, sollecitando spesso risposte non banali del femminismo internazionale; quando diceva la sua sulla morale sessuale e familiare, sollevando polveroni ed equivoci ma anche questioni di una certa importanza, che solo la mentalità del pregiudizio poteva esorcizzare con l’astio e l’irrisione. Che un uomo poi vestito di bianco, titolare di un deposito di fede e di cultura così incontestabilmente profondo, intendesse rinnovare l’archivio aureo del cristianesimo di tutti i tempi con le sue conferenze di teologo e i suoi libri, e con le sue omelie di pastore, mettendosi a confronto in ogni campo con le grandi e piccole faccende del nostro modo di ragionare, affrontando i labirinti del nichilismo filosofico, dell’esistenzialismo e del decostruzionismo postmoderno, sembrava a noi atei devoti (form. iron. et autoiron.) una laica benedizione o più modestamente un aiuto insperato in un’epoca di svuotamento tendenziale del significato del vivere e del convivere. Specie in relazione al risveglio del temperamento più fanatico di un certo islamismo radicale, che proponeva come cura violenta del relativismo occidentale l’assolutezza della legge teocratica.

 

Non ci eravamo sbagliati, e questo è tutto. Lo dimostra il magnifico discorso “universitario” che pubblichiamo al posto della tradizionale prima pagina, due giorni dopo la vergogna laica che abbiamo provato per l’insipienza dei sapienti che hanno impedito a quelle parole di suonare il loro suono sempre aperto al contraddittorio nell’aula magna della più grande, e della più miserabile, oggi, Università europea. Il direttore di Repubblica, che ha fatto di noi ratzingeriani laici il suo piccolo capro espiatorio per cavarsi d’impaccio nel tremendo contrappasso causato dalla demenza intollerante di gente del suo mondo, deve ora farci la grazia di rivedere i suoi giudizi con onestà.

 

Non siamo disponibili, come lui ingenuamente chiede, a conversioni forzose, magari per pregare un Dio finalmente trovato in una dimensione esclusivamente privata, come a lui piacerebbe, tacendo sul resto e lasciando campo libero ai salon spenti dell’illuminismo per dettare l’agenda del pensiero.

 

E continueremo, possibilità che ci offre un tollerante e laico Papa della ragione, a lasciarci sollecitare e interrogare nel coraggio della verità e della sua ricerca.

I contestatori di Benedetto e lo morale del maiale: non si butta via niente!

Non si butta nulla, né la frocessione né lo speciale da pronto di Liberazione
editoriale di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO - 17 gennaio 2008
 
E dunque, il “porchettaro anticlericale” non molla. Se Benedetto ha deciso di marinare La Sapienza, non sia mai che una “porchettata” vada a vuoto. Così, parecchio satolli e disgraziatamente sfaccendati, i ferventi contestatori confermano per oggi l’annunciato casino, con azioni, a leggere Liberazione, “incentrate sulla ‘libertà dei corpi’”: il solito linguaggio che sembra tanto e non significa niente. Di più (e questa perla era sul Manifesto): “Non ci basta il Papa fuori dalla Sapienza, lo vogliamo fuori dalle nostre vite”. Non ci fosse lo inventerebbero, il Papa. Sul giornale di Rifondazione – che ha cronache esilaranti sul mancato evento, “volevamo fare come i giacobini della Repubblica romana che nel 1798 piantavano ‘alberi della libertà’ in piazza contro lo Stato Pontificio”, da rivoluzionari a forestali – c’è l’annuncio più sorprendente. In prima, vicino a una caricatura del Papa, si legge: “Paparazzin non rinuncia. Giovedì edizione speciale”.
 
Si vede che, come i contestatori per la porchetta, pure il direttore Sansonetti si ritrova con del lavoro fatto – analisi di genere, allarme clericale, fancazzismo vario – e non vuole che vada perso. Debitamente ispirato, c’è da pensare (e sempre quella porchetta torna centrale) alla morale del maiale: non si butta via niente. E così come Sansonetti non butta l’edizione speciale già pronta, i “frociati” non rinunciano alla “frocessione”, i tormentati alla lotta contro “la Santa Alleanza Mussi-Veltroni-Papa” e i più intellettuali nemmeno al grido di battaglia: “Liberiamo i saperi” – ammanettati forse dal cardinal vicario. Una fosca carnevalata ora impossibile da sospendere, tra desiderio di piantare marijuana davanti alla statua di Minerva, becerate tipo “+ Maria – Gesù” oppure “+ Maria – Ratzinger”, pensose dichiarazioni “di Paola dei Collettivi de La Sapienza, poncho rosso, codini alla Frida Kahlo”, Uno striscione: “La Sapienza ostaggio del Papa”. Bene chiarirlo, sennò qualcuno potrebbe pensare che è solo ostaggio della stupiditá.

La paura della veritá!

Il direttore de “L'Osservatore Romano” sulla mancata visita del Papa

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 16 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'articolo scritto per l'edizione del 17 gennaio de “L'Osservatore Romano” dal suo Direttore, Giovanni Maria Vian, sulla mancata visita di Benedetto XVI all'Università “La Sapienza” di Roma.

 

La paura della verità

Quello che era inimmaginabile è accaduto: la visita di Benedetto XVI alla Sapienza in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico non si terrà. La notizia ha scosso l'Italia e ha poi cominciato a fare il giro del mondo, mentre cresce la marea delle reazioni, sincere o strumentali: incredule, addolorate, indignate, enfatiche, in alcuni casi persino più o meno soddisfatte. L'ondata decrescerà, naturalmente, ma resta il fatto grave che il Papa ha dovuto rinunciare a recarsi nella prima università di Roma, la città di cui è vescovo, nell'ateneo più grande del Paese del quale è primate. Perché si è arrivati a tanto? La risposta è semplice: a causa dell'intolleranza, radicalmente antidemocratica, di pochi, anzi di pochissimi.

E ora, come nella favola dell'apprendista stregone, tra quanti, a diversi livelli, hanno lasciato, in modo irresponsabile, che montasse questa opposizione preconcetta e ottusa - che va distinta da possibili dissensi, ovviamente legittimi quando siano espressi in modi civili e con metodi democratici - alla visita papale, vi è addirittura chi si preoccupa e rammarica. Dopo aver osservato nei giorni precedenti un silenzio pressoché totale. E la gravità del fatto, senza precedenti nella storia della Repubblica italiana, è confermata dalla lettera al Papa del capo dello Stato, un gesto sincero e nobile che attenua in parte l'incidente.

L'intenzione di Benedetto XVI era evidente: dimostrare interesse e simpatia nei confronti della più vasta comunità accademica italiana, da decenni afflitta da molteplici problemi e che vive in questi ultimi tempi la crisi più ampia delle istituzioni universitarie, in Italia e più in generale nel contesto europeo. Per dire la sua sul ruolo dell'università, certo, ma con una chiarezza ragionevole e desiderosa di confronto che si accompagna a una mitezza fuori del comune. Da teologo e pastore quale è sempre stato. Senza dimenticare la statura intellettuale e accademica, di respiro davvero internazionale, in genere riconosciutagli anche dai suoi avversari.

Per di più in una istituzione laica e autonoma la cui storia secolare è profondamente intrecciata a quella del papato - sin dalla fondazione nel 1303 da parte di Bonifacio VIII, e con benemerenze culturali indubbie - e dove i successori di Pietro si sono di conseguenza sentiti quasi come a casa propria, come sottolineò il 15 marzo 1964 durante la sua visita Paolo VI, antico studente nell'ateneo romano, e come mostrò il 19 aprile 1991 Giovanni Paolo II, quel giorno ospite dell'antico studium urbis.

In continuità con i suoi predecessori, Benedetto XVI avrebbe voluto tornare in un luogo dov'era già stato da cardinale il 15 febbraio 1990 per sostenere la necessità di una dialettica positiva tra fede e ragione, ma ha dovuto rinunciare. Già Paolo VI, avvertendo l'atteggiamento oppositorio fondato su luoghi comuni e toni polemici di quanti mantengono occhi chiusi e animo ostile, volle rassicurarli: il Papa - disse - non forzerà il loro raziocinio chiuso, non scardinerà alcuna porta e starà fuori a bussare, come il "testimone" descritto dall'Apocalisse (3, 20), dicendo a chi non apre: studia, capisci te stesso, leggi nella tua anima, guarda l'esperienza autentica che il nostro tempo sta vivendo proprio nella negazione dei valori religiosi e delle verità trascendenti, e troverai, in così diffuso tormento, un numero ingente di paurose rovine; a cominciare dalla più ampia e desolata: la disperazione, l'assurdo, l'arido nulla.

Ora anche Benedetto XVI bussa senza stancarsi alla porta di ogni essere umano, fiducioso che la ragione non vorrà chiudersi alla fede, all'incontro con Cristo. Davvero c'è qualcuno che onestamente può considerare questo atteggiamento oscurantista, prevaricatore, nemico della scienza? Chi può davvero temere quest'uomo mite e ragionevole, questo pastore che appena eletto alla sede di Roma ha dichiarato di avere assunto il suo ministero nella consapevolezza di non essere solo? E il Papa non è solo: tutta la Chiesa oggi prega per lui, come pregava per Pietro a Gerusalemme, e sono moltissimi anche i non cattolici e i non cristiani che gli sono vicini. Senza paura di confrontarsi con la verità.

Una minoranza laicista e ignorante nega al Papa il diritto di parola

di Giuliano Ferrara - (C) IL FOGLIO - 16 gennaio 2008
 
La vergogna è un sentimento laico, oggi. Vergogna per il fatto che una minoranza laicista ignorante, intollerante, violenta è riuscita a togliere il diritto di parola a un filosofo e teologo accolto a braccia aperte nelle principali università di tutto il mondo, prima e dopo la sua elezione a Papa.

Vergogna per il fatto che una grande Università europea, fondata da Bonifacio VIII nel quattordicesimo secolo, è stata degradata ulteriormente e addirittura abbassata sotto l’infimo rango che purtroppo è suo da molti anni, quello di epicentro dell’insolenza intellettuale, dell’idiosincrasia epidermica verso il confronto delle idee e delle culture, di una corsa irrazionalistica verso il vuoto nichilista nella forma della beceraggine, del dileggio, del linciaggio in effigie travestito da goliardismo e da anticlericalismo.

L’Università di Roma “La Sapienza” è la stessa da cui fuggì il filosofo Lucio Colletti, la stessa in cui fu intimidito lo storico Renzo De Felice, la stessa in cui si è costruita la cattedra collettiva dei peggiori maestri della cultura italiana, in testa il grottesco palindromo che tutti sanno e che per discrezione è meglio non nominare, insieme con l’asineria e la marginalità sociale di generazioni di studenti messi nelle condizioni di non apprendere un briciolo di verità razionale e umanistica e di disimparare sistematicamente quello che le generazioni precedenti di docenti e discenti avevano amorevolmente coltivato nelle sinuose vie di una storia secolare. Tutto questo in odio a un uomo mite, colto, sensibile, il professor Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, il cui pensiero è regolarmente travisato, per stupidità ideologica, da coloro che pretenderebbero per sé la palma del libero pensiero.

A questa vergogna incancellabile, alla quale come sempre hanno cooperato le vecchie barbe del laicismo di convenienza e d’abitudine annidate nel cuore dell’editoria e della cultura italiane, cercheremo di porre un piccolo argine culturale e civile questa sera, riunendoci in condizioni di emergenza per una serata di conversazione laica sulla libertà di parola così banalmente e violentemente tradita dai soliti chierici che sono la vergogna dell’Europa dagli anni Trenta ad oggi, senza apprezzabili variazioni di stile e di tono.

Totò e Peppino: la lettera ed il vigile

 

Il riposo estivo ed il nostro prossimo...

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Lorenzago di Cadore (Belluno)
Domenica, 15 luglio 2007

Cari fratelli e sorelle,

ringrazio il Signore che anche quest'anno mi offre la possibilità di trascorrere alcuni giorni di riposo in montagna, [...] davanti a questo spettacolo di prati, di boschi, di vette protese verso il cielo, sale spontaneo nell'animo il desiderio di lodare Dio per le meraviglie delle sue opere, e la nostra ammirazione per queste bellezze naturali si trasforma facilmente in preghiera.

Ogni buon cristiano sa che le vacanze sono tempo opportuno per distendere il fisico ed anche per nutrire lo spirito attraverso spazi più ampi di preghiera e di meditazione, per crescere nel rapporto personale con Cristo e conformarsi sempre più ai suoi insegnamenti.

Quest'oggi, ad esempio, la liturgia ci invita a riflettere sulla celebre parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37), che introduce nel cuore del messaggio evangelico: l'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo. Ma chi è il mio prossimo? - chiede l'interlocutore a Gesù. E il Signore risponde ribaltando la domanda, mostrando, attraverso il racconto del buon samaritano, che ciascuno di noi deve farsi prossimo di ogni persona che incontra. "Va' e anche tu fa' lo stesso!" (Lc 10,37). Amare, dice Gesù, è comportarsi come il buon samaritano. Noi sappiamo, del resto, che Buon Samaritano per eccellenza è proprio Lui: pur essendo Dio, non ha esitato ad abbassarsi sino a farsi uomo e a dare la vita per noi.

L'amore è dunque il "cuore" della vita cristiana; infatti solo l'amore, suscitato in noi dallo Spirito Santo, ci rende testimoni di Cristo. Ho voluto riproporre quest'importante verità spirituale nel Messaggio per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, che verrà reso noto venerdì prossimo, 20 luglio: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1, 8).

Questo il tema su cui, cari giovani, vi invito a riflettere nei prossimi mesi, per prepararvi al grande appuntamento che avrà luogo a Sydney, in Australia, tra una anno, proprio in questi giorni di luglio. Le comunità cristiane di quell'amata Nazione stanno attivamente lavorando per accogliervi e sono loro grato per gli sforzi organizzativi che stanno compiendo.

Affidiamo a Maria, che domani invocheremo come Vergine del Monte Carmelo, il cammino di preparazione e lo svolgimento del prossimo incontro della gioventù del mondo intero, al quale vi invito, cari amici di ogni Continente, a partecipare numerosi.

Compiti per le vacanze...

RISPOSTE A QUESITI RIGUARDANTI ALCUNI ASPETTI
CIRCA LA DOTTRINA SULLA CHIESA
 
Introduzione
Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione dogmatica Lumen gentium e con i Decreti sull'Ecumenismo (Unitatis redintegratio) e sulle Chiese orientali (Orientalium Ecclesiarum), ha contribuito in modo determinante ad una comprensione più profonda dell'ecclesiologia cattolica. Al riguardo anche i Sommi Pontefici hanno voluto offrire approfondimenti e orientamenti per la prassi: Paolo VI nella Lettera Enciclica Ecclesiam suam (1964) e Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Ut unum sint (1995).
Il conseguente impegno dei teologi, volto ad illustrare sempre meglio i diversi aspetti dell'ecclesiologia, ha dato luogo al fiorire di un'ampia letteratura in proposito. La tematica si è infatti rivelata di grande fecondità, ma talvolta ha anche avuto bisogno di puntualizzazioni e di richiami, come la Dichiarazione Mysterium Ecclesiae (1973), la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica Communionis notio (1992) e la Dichiarazione Dominus Iesus (2000), tutte pubblicate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
 
La vastità dell'argomento e la novità di molti temi continuano a provocare la riflessione teologica, offrendo sempre nuovi contributi non sempre immuni da interpretazioni errate che suscitano perplessità e dubbi, alcuni dei quali sono stati sottoposti all'attenzione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Essa, presupponendo l'insegnamento globale della dottrina cattolica sulla Chiesa, intende rispondervi precisando il significato autentico di talune espressioni ecclesiologiche magisteriali, che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese.
 
RISPOSTE AI QUESITI
 
Primo quesito: Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha forse cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa ?
 
Risposta: Il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare né di fatto ha cambiato tale dottrina, ma ha voluto solo svilupparla, approfondirla ed esporla più ampiamente.
Proprio questo affermò con estrema chiarezza Giovanni XXIII all’inizio del Concilio[1]. Paolo VI lo ribadì[2] e così si espresse nell’atto di promulgazione della Costituzione Lumen gentium: "E migliore commento sembra non potersi fare che dicendo che questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era, resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti. Soltanto ciò che era semplicemente vissuto, ora è espresso; ciò che era incerto, è chiarito; ciò che era meditato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione"[3]. I Vescovi ripetutamente manifestarono e vollero attuare questa intenzione[4].
 
 
Secondo quesito: Come deve essere intesa l’affermazione secondo cui la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica ?
 
Risposta: Cristo "ha costituito sulla terra" un’unica Chiesa e l’ha istituita come "comunità visibile e spirituale"[5], che fin dalla sua origine e nel corso della storia sempre esiste ed esisterà, e nella quale soltanto sono rimasti e rimarranno tutti gli elementi da Cristo stesso istituiti[6]. "Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica […]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui"[7].
Nella Costituzione dogmatica Lumen gentium 8 la sussistenza è questa perenne continuità storica e la permanenza di tutti gli elementi istituiti da Cristo nella Chiesa cattolica[8], nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra.
Secondo la dottrina cattolica, mentre si può rettamente affermare che la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle Chiese e nelle Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica grazie agli elementi di santificazione e di verità che sono presenti in esse[9], la parola "sussiste", invece, può essere attribuita esclusivamente alla sola Chiesa cattolica, poiché si riferisce appunto alla nota dell’unità professata nei simboli della fede (Credo…la Chiesa "una"); e questa Chiesa "una" sussiste nella Chiesa cattolica[10].
 
 
Terzo quesito: Perché viene adoperata l’espressione "sussiste nella" e non semplicemente la forma verbale "è" ?
 
Risposta: L’uso di questa espressione, che indica la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica, non cambia la dottrina sulla Chiesa; trova, tuttavia, la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino "numerosi elementi di santificazione e di verità", "che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica"[11].
"Perciò le stesse Chiese e Comunità separate, quantunque crediamo che hanno delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Infatti lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica"[12].
 
 
Quarto quesito: Perché il Concilio Ecumenico Vaticano II attribuisce il nome di "Chiese" alle Chiese orientali separate dalla piena comunione con la Chiesa cattolica ?
 
Risposta: Il Concilio ha voluto accettare l’uso tradizionale del nome. "Siccome poi quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il Sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora uniti con noi da strettissimi vincoli"[13], meritano il titolo di "Chiese particolari o locali"[14], e sono chiamate Chiese sorelle delle Chiese particolari cattoliche[15].
"Perciò per la celebrazione dell’Eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce"[16]. Siccome, però, la comunione con la Chiesa cattolica, il cui Capo visibile è il Vescovo di Roma e Successore di Pietro, non è un qualche complemento esterno alla Chiesa particolare, ma uno dei suoi principi costitutivi interni, la condizione di Chiesa particolare, di cui godono quelle venerabili Comunità cristiane, risente tuttavia di una carenza[17].
D’altra parte l’universalità propria della Chiesa, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui, a causa della divisione dei cristiani, trova un ostacolo per la sua piena realizzazione nella storia[18].
 
 
Quinto quesito: Perché i testi del Concilio e del Magistero successivo non attribuiscono il titolo di "Chiesa" alle Comunità cristiane nate dalla Riforma del 16° secolo ?
 
Risposta: Perché, secondo la dottrina cattolica, queste Comunità non hanno la successione apostolica nel sacramento dell’Ordine, e perciò sono prive di un elemento costitutivo essenziale dell’essere Chiesa. Le suddette Comunità ecclesiali, che, specialmente a causa della mancanza del sacerdozio ministeriale, non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico[19], non possono, secondo la dottrina cattolica, essere chiamate "Chiese" in senso proprio[20].
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato e confermato queste Risposte, decise nella sessione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 29 giugno 2007, nella solennità dei Ss. Pietro e Paolo, Apostoli.
 
William Cardinale Levada
Prefetto
Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo tit. di Sila
Segretario
 

[1] GIOVANNI XXIII, Allocuzione dell’11 ottobre 1962: "…il Concilio…vuole trasmettere pura e integra la dottrina cattolica, senza attenuazioni o travisamenti…Ma nelle circostanze attuali il nostro dovere è che la dottrina cristiana nella sua interezza sia accolta da tutti con rinnovata, serena e tranquilla adesione…E’ necessario che lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero compia un balzo in avanti, che la medesima dottrina sia conosciuta in modo più ampio e approfondito…Bisogna che questa dottrina certa e immutabile, alla quale è dovuto ossequio fedele, sia esplorata ed esposta nella maniera che l’epoca nostra richiede. Altra è la sostanza del depositum fidei, o le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, ed altro è il modo in cui vengono enunciate, sempre tuttavia con lo stesso senso e significato" : AAS 54 [1962] 791; 792.
 
[2] Cf. PAOLO VI, Allocuzione del 29 settembre 1963: AAS 55 [1963] 847-852.
 
[3] PAOLO VI, Allocuzione del 21 novembre 1964: AAS 56 [1964] 1009-1010 (trad. it. in: L’Osservatore Romano, 22 novembre 1964, 3).
 
[4] Il Concilio ha voluto esprimere l’identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa Cattolica. Ciò si trova nelle discussioni sul Decreto Unitatis redintegratio. Lo Schema del Decreto fu proposto in Aula il 23. 9. 1964 con una Relatio (Act Syn III/II 296-344). Ai modi inviati dai vescovi nei mesi seguenti il Segretariato per l’Unità dei Cristiani risponde il 10.11.1964 (Act Syn III/VII 11-49). Da questa Expensio modorum si riportano quattro testi concernenti la prima risposta.
A) [In Nr. 1 (Prooemium) Schema Decreti: Act Syn III/II 296, 3-6]"Pag. 5, lin. 3-6: Videtur etiam Ecclesiam catholicam inter illas Communiones comprehendi, quod falsum esset.

R(espondetur): Hic tantum factum, prout ab omnibus conspicitur, describendum est. Postea clare affirmatur solam Ecclesiam catholicam esse veram Ecclesiam Christi" (Act Syn III/VII 12).

B) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 297-301]

"4 - Expressius dicatur unam solam esse veram Ecclesiam Christi; hanc esse Catholicam Apostolicam Romanam; omnes debere inquirere, ut eam cognoscant et ingrediantur ad salutem obtinendam...

R(espondetur): In toto textu sufficienter effertur, quod postulatur. Ex altera parte non est tacendum etiam in aliis communitatibus christianis inveniri veritates revelatas et elementa ecclesialia"(

Act Syn III/VII 15). Cf. anche ibidem punto 5.

C) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 296s]

"5 - Clarius dicendum esset veram Ecclesiam esse solam Ecclesiam catholicam romanam...

R(espondetur): Textus supponit doctrinam in constitutione ‘De Ecclesia’ expositam, ut pag. 5, lin. 24-25 affirmatur" 

(Act Syn III/VII 15). Quindi la commissione che doveva valutare gli emendamenti al Decreto Unitatis redintegratio esprime con chiarezza l’identità della Chiesa di Cristo e della Chiesa cattolica e la sua unicità, e vede questa dottrina fondata nella Costituzione dogmatica Lumen gentium.

D) [In Nr. 2 Schema Decreti: Act Syn III/II 297s]

"Pag. 6, lin. 1- 24: Clarius exprimatur unicitas Ecclesiae. Non sufficit inculcare, ut in textu fit, unitatem Ecclesiae.

R(espondetur): a) Ex toto textu clare apparet identificatio Ecclesiae Christi cum Ecclesia catholica, quamvis, ut oportet, efferantur elementa ecclesialia aliarum communitatum".

"Pag. 7, lin. 5: Ecclesia a successoribus Apostolorum cum Petri successore capite gubernata (cf. novum textum ad pag. 6, lin.33-34) explicite dicitur ‘unicus Dei grex’ et lin. 13 ‘una et unica Dei Ecclesia’ "

(Act Syn III/VII).

Le due espressioni citate sono quelle di Unitatis redintegratio 2.5 e 3.1.

[5] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.1.

[6] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 3.2; 3.4; 3.5; 4.6.

[7] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.

[8] Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Mysterium Ecclesiae, 1.1: AAS 65 [1973] 397; Dich. Dominus Iesus, 16.3: AAS 92 [2000-II] 757-758; Notificazione sul libro di P. Leonardo Boff, OFM, "Chiesa: carisma e potere": AAS 77 [1985] 758-759.

[9] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, 11.3: AAS 87 [1995-II] 928.

[10] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.

[11] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.

[12] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 3.4.

 
[13] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 15.3; cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio, 17.2: AAS, 85 [1993-II] 848.

[14] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 14.1.

 
[15] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 14.1; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, 56 s : AAS 87 [1995-II] 954 s.

[16] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 15.1.

 
[17] Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio, 17.3: AAS 85 [1993-II] 849.

[18] Cf. ibid.

 
[19] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 22.3.

[20] Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, 17.2: AAS 92 [2000-II] 758.


 ARTICOLO DI COMMENTO

ai Responsa ad quaestiones de aliquibus sententiis
ad doctrinam de Ecclesia pertinentibus

Le diverse questioni alle quali la Congregazione per la Dottrina della Fede intende rispondere vertono sulla visione generale della Chiesa quale emerge dai documenti di carattere dogmatico ed ecumenico del Concilio Vaticano II, il concilio “della Chiesa sulla Chiesa”, che secondo le parole di Paolo VI ha segnato una «nuova epoca per la Chiesa» in quanto ha avuto il merito di aver «meglio tratteggiato e svelato il volto genuino della Sposa di Cristo»[1]. Non mancano inoltre richiami ai principali documenti dei Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II e agli interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede, tutti ispirati ad una sempre più approfondita visione della Chiesa stessa, spesso finalizzati ad apportare chiarimenti alla notevole produzione teologica postconciliare, non sempre immune da deviazioni e inesattezze.

La stessa finalità è rispecchiata nel presente documento con il quale la Congregazione intende richiamare il significato autentico di alcuni interventi del Magistero in materia di ecclesiologia perché la sana ricerca teologica non venga intaccata da errori o da ambiguità. A questo riguardo va tenuto presente il genere letterario dei “Responsa ad quaestiones”, che di natura sua non comportano argomentazioni addotte a comprovare la dottrina esposta, ma si limitano a richiami del precedente Magistero e pertanto intendono dire una parola certa e sicura in materia.

Il primo quesito chiede se il Vaticano II abbia mutato la precedente dottrina sulla Chiesa.

L’interrogativo riguarda il significato di quel “nuovo volto” della Chiesa che, secondo le citate parole di Paolo VI, il Vaticano II ha offerto.

La risposta, fondata sull’insegnamento di Giovanni XXIII e di Paolo VI, è molto esplicita: il Vaticano II non ha inteso mutare, e di fatto non ha mutato, la precedente dottrina sulla Chiesa, ma piuttosto l’ha approfondita ed esposta in maniera più organica. In tal senso vengono riprese le parole di Paolo VI nel suo discorso di promulgazione della Costituzione dogmatica conciliare Lumen gentium, nelle quali si afferma che la dottrina tradizionale non è stata affatto mutata, ma «ciò che era semplicemente vissuto, ora è espresso; ciò che era incerto, è chiarito; ciò che era meditato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione».[2]

Allo stesso modo c’è continuità tra la dottrina esposta dal Concilio e quella richiamata nei successivi interventi magisteriali che hanno ripreso e approfondito la stessa dottrina, costituendone nel contempo uno sviluppo. In questo senso, ad esempio la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus ha solo ripreso i testi conciliari e i documenti post-conciliari, senza aggiungere o togliere nulla.

Nonostante queste chiare attestazioni, nel periodo postconciliare la dottrina del Vaticano II è stata oggetto, e continua ad esserlo, di interpretazioni fuorvianti e in discontinuità con la dottrina cattolica tradizionale sulla natura della Chiesa: se, da una parte, si vedeva in essa una “svolta copernicana”, dall’altra, ci si è concentrati su taluni aspetti considerati quasi in contrapposizione con altri. In realtà l’intenzione profonda del Concilio Vaticano II era chiaramente di inserire e subordinare il discorso della Chiesa al discorso di Dio, proponendo una ecclesiologia nel senso propriamente teo-logico, ma la recezione del Concilio ha spesso trascurato questa caratteristica qualificante in favore di singole affermazioni ecclesiologiche, si è concentrata su singole parole di facile richiamo, favorendo letture unilaterali e parziali della stessa dottrina conciliare.

Per quanto concerne l'ecclesiologia di Lumen gentium, sono restate nella coscienza ecclesiale alcune parole chiave: l'idea di popolo di Dio, la collegialità dei Vescovi come rivalutazione del ministero dei vescovi insieme con il primato del Papa, la rivalutazione delle Chiese particolari all’interno della Chiesa universale, l'apertura ecumenica del concetto di Chiesa e l'apertura alle altre religioni; infine, la questione dello statuto specifico della Chiesa cattolica, che si esprime nella formula secondo cui la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, di cui parla il Credo, subsistit in Ecclesia catholica.

Alcune di queste affermazioni, specialmente quella sullo statuto specifico della Chiesa cattolica con i suoi riflessi in campo ecumenico, costituiscono le principali tematiche affrontate dal documento nei successivi quesiti.

Il secondo quesito chiede come si debba intendere che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica.

Quando G. Philips scrisse che l’espressione “subsistit in” avrebbe fatto «scorrere fiumi d’inchiostro»[3], probabilmente non aveva previsto che la discussione sarebbe continuata così a lungo e con tale intensità da spingere la Congregazione per la Dottrina della Fede a pubblicare il presente documento.

Tanta insistenza, d’altronde fondata sui testi conciliari e del Magistero successivo citati, riflette la preoccupazione di salvaguardare l’unità e l’unicità della Chiesa, che verrebbero meno se si ammettesse che vi possano essere più sussistenze della Chiesa fondata da Cristo. Infatti, come si dice nella Dichiarazione Mysterium Ecclesiae, se così fosse si giungerebbe ad immaginare «la Chiesa di Cristo come la somma - differenziata e in qualche modo unitaria insieme - delle Chiese e Comunità ecclesiali» o a «pensare che la Chiesa di Cristo oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba essere soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità»[4]. L'unica Chiesa di Cristo non esisterebbe più come ‘una’ nella storia o esisterebbe solo in modo ideale ossia in fieri in una futura convergenza o riunificazione delle diverse Chiese sorelle, auspicata e promossa dal dialogo.

Ancora più esplicita è la Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede nei confronti di uno scritto di Leonardo Boff, secondo il quale l'unica Chiesa di Cristo «può pure sussistere in altre Chiese cristiane»; al contrario, - precisa la Notificazione - «il Concilio aveva invece scelto la parola “subsistit” proprio per chiarire che esiste una sola “sussistenza” della vera Chiesa, mentre fuori della sua compagine visibile esistono solo “elementa Ecclesiae”, che – essendo elementi della stessa Chiesa – tendono e conducono verso la Chiesa cattolica»[5].

Il terzo quesito chiede perché sia stata usata l’espressione “subsistit in” e non il verbo “est”.

É stato precisamente questo cambiamento di terminologia nel descrivere il rapporto tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica che ha dato adito alle più svariate illazioni, soprattutto in campo ecumenico. In realtà i Padri conciliari hanno semplicemente inteso riconoscere la presenza, nelle Comunità cristiane non cattoliche in quanto tali, di elementi ecclesiali propri della Chiesa di Cristo. Ne consegue che l’identificazione della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica non è da intendersi come se al di fuori della Chiesa cattolica ci fosse un “vuoto ecclesiale”. Allo stesso tempo essa significa che, se si considera il contesto in cui è situata l'espressione subsistit in, cioè il riferimento all'unica Chiesa di Cristo «in questo mondo costituita e organizzata come una società... governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui», il passaggio da est a subsistit in non riveste un particolare significato teologico di discontinuità con la dottrina cattolica precedente.

Infatti, poiché la Chiesa così voluta da Cristo di fatto continua ad esistere (subsistit in) nella Chiesa cattolica, la continuità di sussistenza comporta una sostanziale identità di essenza tra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica. Il Concilio ha voluto insegnare che la Chiesa di Gesù Cristo come soggetto concreto in questo mondo può essere incontrata nella Chiesa cattolica. Ciò può avvenire una sola volta e la concezione secondo cui il “subsistit” sarebbe da moltiplicare non coglie proprio ciò che si intendeva dire. Con la parola “subsistit” il Concilio voleva esprimere la singolarità e la non moltiplicabilità della Chiesa di Cristo: esiste la Chiesa come unico soggetto nella realtà storica.

Pertanto la sostituzione di “est” con “subsistit in”, contrariamente a tante interpretazioni infondate, non significa che la Chiesa cattolica desista dalla convinzione di essere l'unica vera Chiesa di Cristo, ma semplicemente significa una sua maggiore apertura alla particolare richiesta dell'ecumenismo di riconoscere carattere e dimensione realmente ecclesiali alle Comunità cristiane non in piena comunione con la Chiesa cattolica, a motivo dei “plura elementa sanctificationis et veritatis” presenti in esse. Di conseguenza, benché la Chiesa sia soltanto una e “sussista” in un unico soggetto storico, anche al di fuori di questo soggetto visibile esistono vere realtà ecclesiali.

Il quarto quesito chiede perché il Concilio Vaticano II abbia attribuito il nome di “Chiese” alle Chiese orientali non in piena comunione con la Chiesa cattolica.

Nonostante l’esplicita affermazione che la Chiesa di Cristo “sussiste” nella Chiesa Cattolica, il riconoscimento che, anche al di fuori del suo organismo visibile, si trovano “parecchi elementi di santificazione e di verità”[6], comporta un carattere ecclesiale, anche se diversificato, delle Chiese o Comunità ecclesiali non cattoliche. Anch’esse infatti «non sono affatto spoglie di significato e di peso» nel senso che «lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come strumenti di salvezza»[7].

Il testo prende in considerazione anzitutto la realtà delle Chiese orientali non in piena comunione con la Chiesa cattolica e, richiamandosi a vari testi conciliari, riconosce loro il titolo di “Chiese particolari o locali” e le chiama Chiese sorelle delle Chiese particolari cattoliche, perché restano unite alla Chiesa cattolica per mezzo della successione apostolica e della valida eucaristia, «per cui in esse la Chiesa di Dio è edificata e cresce»[8]. Anzi la Dichiarazione Dominus Iesus le chiama espressamente «vere Chiese particolari»[9].

Pur con questo esplicito riconoscimento del loro “essere Chiesa particolare” e del valore salvifico incluso, il documento non poteva non sottolineare la carenza (defectus), di cui risentono, proprio nel loro essere Chiesa particolare. Infatti, per la loro visione eucaristica della Chiesa, che pone l'ac­cento sulla realtà della Chiesa particolare riunita nel nome di Cristo nella celebrazione dell'Eucaristia e sotto la guida del vescovo, esse considerano le Chiese particolari complete nella loro particolarità[10]. Ne consegue che, stante la fondamentale uguaglianza fra tutte le Chiese particolari e fra tutti i vescovi che le presiedono, esse hanno ciascuna una propria autonomia interna, con evidenti riflessi sulla dottrina del primato, che secondo la fede cattolica è un “principio costitutivo interno” per l’esistenza stessa di una Chiesa particolare[11]. Naturalmente sarà sempre necessario sottolineare che il primato del Successore di Pietro, Vescovo di Roma, non deve essere inteso in modo estraneo o concorrente nei confronti dei Vescovi delle Chiese particolari. Esso deve esercitarsi come servizio all’unità della fede e della comunione, entro i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione[12].

Il quinto quesito chiede perché non venga riconosciuto il titolo di “Chiese” alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma.

Al riguardo si deve dire che «la ferita è ancora molto più profonda nelle comunità ecclesiali che non hanno conservato la successione apostolica e l’eucaristia valida»[13]; pertanto esse «non sono Chiese in senso proprio»[14], ma “Comunità ecclesiali”, come attesta l’insegnamento conciliare e post-conciliare[15].

Nonostante queste chiare affermazioni abbiano creato disagio nelle Comunità interessate e anche in campo cattolico, non si vede, d’altra parte, come a tali Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”, dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.

Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente valore salvifico.

Riprendendo sostanzialmente l’insegnamento conciliare e il Magistero post-conciliare, il nuovo documento, promulgato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, costituisce un chiaro richiamo alla dottrina cattolica sulla Chiesa. Oltre a fugare visioni inaccettabili, tuttora diffuse nello stesso ambito cattolico, esso offre preziose indicazioni anche per il proseguimento del dialogo ecumenico, che resta sempre una delle priorità della Chiesa cattolica, come ha confermato anche Benedetto XVI già nel suo primo messaggio alla Chiesa (20 aprile 2005) e in tante altre occasioni, specie nel suo viaggio apostolico in Turchia (28 novembre – 1 dicembre 2006). Ma perché il dialogo possa veramente essere costruttivo, oltre all’apertura agli interlocutori, è necessaria la fedeltà alla identità della fede cattolica. Solo in tal modo si potrà giungere all’unità di tutti i cristiani in “un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10, 16) e sanare così quella ferita che tuttora impedisce alla Chiesa cattolica la realizzazione piena della sua universalità nella storia.

L’ecumenismo cattolico può presentarsi a prima vista paradossale. Con l’espressione “subsistit in”, il Concilio Vaticano II volle armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato, che la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa cattolica, e, dall’altro lato, l’esistenza di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori della sua compagine, ovvero nelle Chiese e Comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica. Al riguardo lo stesso Decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo Unitatis redintegratio aveva introdotto il termine plenitudo (unitatis/catholicitatis) proprio per aiutare a comprendere meglio questa situazione in certo qual modo paradossale. Benché la Chiesa cattolica abbia la pienezza dei mezzi di salvezza, «tuttavia le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione»[16]. Si tratta dunque della pienezza della Chiesa cattolica, che è già attuale e che deve crescere nei fratelli non in piena comunione con essa, ma anche nei propri figli che sono peccatori «fino a che il popolo di Dio pervenga nella gioia a tutta la pienezza della gloria eterna nelle celeste Gerusalemme»[17]. Il progresso nella pienezza è radicato nel dinamismo dell’unione con Cristo: «L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori da me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani»[18].


[1] PAOLO VI, Discorso a chiusura del III periodo del Concilio (21 novembre 1964): EV 1, 290*.

[2] Ibid., 283*.

[3] G. PHILIPS, La Chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano II (Milano 1975), I, 111.

[4] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Mysterium Ecclesiae, 1: EV 4, 2566.

[5] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Notificazione in merito allo scritto di p. Leonardo Boff: Chiesa. carisma e potere: EV 9, 1426. Il passo della Notificazione, pur non essendo formalmente citato nel “Responsum”, si trova riportato integralmente nella Dichiarazione Dominus Iesus, nella nota 56 del n. 16.

[6] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 8.

[7] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 3.4.

[8] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 15.1.

[9] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 17: EV 19, 1183.

[10] Cf. COMITATO MISTO CATTOLICO-ORTODOSSO IN FRANCIA, Il primato romano nella comunione delle Chiese, Conclusioni: in “Enchiridion oecumenicum” (1991), vol. 4, n. 956.

[11] Cf. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera Communionis notio, n. 17: EV 13, 1805.

[12] Cf. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Considerazioni su Il primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, n. 7 e n.10, in: Il primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, Documenti e Studi, Libreria Editrice Vaticana, 2002, 16 e 18.

[13] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera Communionis notio, n. 17: EV 13, 1805.

[14] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Dominus Iesus, n. 17: EV 19, 1184.

[15] Cf. CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decreto Unitatis redintegratio, n. 4; GIOVANNI PAOLO II, Lettera apost. Novo millennio ineunte (2001), n. 48: EV 20, 99.

[16] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decreto Unitatis redintegratio, n. 4.

[17] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decreto, Unitatis redintegratio, n. 3.

[18] BENEDETTO XVI, Lettera Enc. Deus caritas est, n.14: AAS 98 (2006) 228-229.

Motu Proprio Summorum Pontificum sulla "Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970" (7 luglio 2007)

LITTERAE APOSTOLICAE
MOTU PROPRIO DATAE

BENEDICTUS XVI

SUMMORUM PONTIFICUM

 

Summorum Pontificum cura ad hoc tempus usque semper fuit, ut Christi Ecclesia Divinae Maiestati cultum dignum offerret, «ad laudem et gloriam nominis Sui» et «ad utilitatem totius Ecclesiae Suae sanctae».

Ab immemorabili tempore sicut etiam in futurum, principium servandum est «iuxta quod unaquaeque Ecclesia particularis concordare debet cum universali Ecclesia non solum quoad fidei doctrinam et signa sacramentalia, sed etiam quoad usus universaliter acceptos ab apostolica et continua traditione, qui servandi sunt non solum ut errores vitentur, verum etiam ad fidei integritatem tradendam, quia Ecclesiae lex orandi eius legi credendi respondet»[1].

Inter Pontífices qui talem debitam curam adhibuerunt, nomen excellit sancti Gregorii Magni, qui tam fidem catholicam quam thesauros cultus ac culturae a Romanis in saeculis praecedentibus cumulatos novis Europae populis transmittendos curavit. Sacrae Liturgiae tam Missae Sacrificii quam Officii Divini formam, uti in Urbe celebrabatur, definiri conservarique iussit. Monachos quoque et moniales maxime fovit, qui sub Regula sancti Benedicti militantes, ubique simul cum Evangelii annuntiatione illam quoque saluberrimam Regulae sententiam vita sua illustrarunt, «ut operi Dei nihil praeponatur» (cap. 43). Tali modo sacra liturgia secundum morem Romanum non solum fidem et pietatem sed et culturam multarum gentium fecundavit. Constat utique liturgiam latinam variis suis formis Ecclesiae in omnibus aetatis christianae saeculis permultos Sanctos in vita spirituali stimulasse atque tot populos in religionis virtute roborasse ac eorundem pietatem fecundasse.

Ut autem Sacra Liturgia hoc munus efficacius expleret, plures alii  Romani Pontifices decursu saeculorum peculiarem sollicitudinem impenderunt, inter quos eminet Sanctus Pius V, qui magno cum studio pastorali, Concilio Tridentino exhortante, totum Ecclesiae cultum innovavit, librorum liturgicorum emendatorum et «ad normam Patrum instauratorum» editionem curavit eosque Ecclesiae latinae usui dedit.

Inter Ritus romani libros liturgicos patet eminere Missale Romanum, quod in romana urbe succrevit, atque succedentibus saeculis gradatim formas assumpsit, quae cum illa in generationibus recentioribus vigente magnam habent similitudinem.

«Quod idem omnino propositum tempore progrediente Pontifices Romani sunt persecuti, cum novas ad aetates accommodaverunt aut ritus librosque liturgicos determinaverunt, ac deinde cum ineunte hoc nostro saeculo ampliorem iam complexi sunt redintegrationem»[2]. Sic vero egerunt Decessores nostri Clemens VIII, Urbanus VIII, sanctus Pius X[3], Benedictus XV, Pius XII et beatus Ioannes XXIII.

Recentioribus autem temporibus, Concilium Vaticanum II desiderium expressit, ut debita observantia et reverentia erga cultum divinum denuo instauraretur ac necessitatibus nostrae aetatis aptaretur. Quo desiderio motus, Decessor noster Summus Pontifex Paulus VI libros liturgicos instauratos et partim innovatos anno 1970 Ecclesiae latinae approbavit; qui ubique terrarum permultas in linguas vulgares conversi, ab Episcopis atque a sacerdotibus et fidelibus libenter recepti  sunt. Ioannes Paulus II, tertiam editionem typicam Missalis Romani recognovit. Sic Romani Pontifices operati sunt ut «hoc quasi aedificium liturgicum [...] rursus, dignitate splendidum et concinnitate» appareret[4].

        Aliquibus autem in regionibus haud pauci fideles antecedentibus formis liturgicis, quae eorum culturam et spiritum tam profunde imbuerant, tanto amore et affectu adhaeserunt et adhaerere pergunt, ut Summus Pontifex Ioannes Paulus II, horum fidelium pastorali cura motus, anno 1984 speciali Indulto “Quattuor abhinc annos”, a Congregatione pro Cultu Divino exarato, facultatem concessit utendi Missali Romano a Ioanne XXIII anno 1962 edito; anno autem 1988 Ioannes Paulus II iterum, litteris Apostolicis “Ecclesia Dei” Motu proprio datis, Episcopos exhortatus est ut talem facultatem late et generose in favorem omnium  fidelium id petentium adhiberent.

Instantibus precibus horum fidelium iam a Praedecessore Nostro Ioanne Paulo II diu perpensis, auditis etiam a Nobis Patribus Cardinalibus in Concistorio die XXIII mensis martii anni 2006 habito, omnibus mature perpensis, invocato Spiritu Sancto et Dei freti auxilio, praesentibus Litteris Apostolicis DECERNIMUS quae sequuntur:

Art. 1. Missale Romanum a Paulo VI promulgatum ordinaria expressio “Legis orandi” Ecclesiae catholicae ritus latini est. Missale autem Romanum a S. Pio V promulgatum et a B. Ioanne XXIII denuo editum habeatur uti extraordinaria expressio eiusdem “Legis orandi” Ecclesiae et ob venerabilem et antiquum eius usum debito gaudeat honore. Hae duae expressiones “legis orandi” Ecclesiae, minime vero inducent in divisionem “legis credendi” Ecclesiae; sunt enim duo usus unici ritus romani.

Proinde Missae Sacrificium, iuxta editionem typicam Missalis Romani a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgatam et numquam abrogatam, uti formam extraordinariam Liturgiae Ecclesiae, celebrare licet. Conditiones vero a documentis antecedentibus “Quattuor abhinc annos” et “Ecclesia Dei” pro usu huius Missalis statutae, substituuntur ut sequitur:

Art. 2. In Missis sine populo celebratis, quilibet sacerdos catholicus ritus latini, sive saecularis sive religiosus, uti potest aut Missali Romano a beato Papa Ioanne XXIII anno 1962 edito, aut Missali Romano a Summo Pontifice Paulo VI anno 1970  promulgato, et quidem qualibet die, excepto Triduo Sacro. Ad talem celebrationem secundum unum alterumve Missale, sacerdos nulla eget licentia, nec Sedis Apostolicae nec Ordinarii sui.

Art. 3. Si communitates Institutorum vitae consecratae atque Societatum vitae apostolicae iuris sive pontificii sive dioecesani quae in celebratione conventuali seu “communitatis” in oratoriis propriis celebrationem sanctae Missae iuxta editionem Missalis Romani anno 1962 promulgatam habere cupiunt, id eis licet. Si singula communitas aut totum Institutum vel Societas tales celebrationes saepe vel plerumque vel permanenter perficere vult, res a Superioribus maioribus ad normam iuris et secundum leges et statuta particularia decernatur.

Art. 4. Ad celebrationes sanctae Missae de quibus supra in art. 2 admitti possunt, servatis de iure servandis, etiam christifideles qui sua sponte id petunt.

Art. 5, § 1. In paroeciis, ubi coetus fidelium traditioni liturgicae antecedenti adhaerentium continenter exsistit, parochus eorum petitiones ad celebrandam sanctam Missam iuxta ritum Missalis Romani anno 1962 editi, libenter suscipiat. Ipse videat ut harmonice concordetur bonum horum fidelium cum ordinaria paroeciae pastorali cura, sub Episcopi regimine ad normam canonis 392, discordiam vitando et totius Ecclesiae unitatem fovendo.

§ 2. Celebratio secundum Missale B. Ioannis XXIII locum habere potest diebus ferialibus; dominicis autem et festis una etiam celebratio huiusmodi fieri potest.

§ 3. Fidelibus seu sacerdotibus id petentibus, parochus celebrationes, hac in forma extraordinaria, permittat etiam in adiunctis peculiaribus, uti sunt matrimonia, exsequiae aut celebrationes occasionales, verbi gratia peregrinationes.

§ 4. Sacerdotes Missali B. Ioannis XXIII utentes, idonei esse debent ac iure non impediti.

§ 5. In ecclesiis, quae non sunt nec paroeciales nec conventuales, Rectoris ecclesiae est concedere licentiam de qua supra.

Art. 6. In Missis iuxta Missale B. Ioannis XXIII celebratis cum populo, Lectiones proclamari possunt etiam lingua vernacula, utendo editionibus ab Apostolica Sede recognitis.

Art. 7. Ubi aliquis coetus fidelium laicorum, de quo in art. 5 § 1 petita a parocho non obtinuerit, de re certiorem faciat Episcopum dioecesanum. Episcopus enixe rogatur ut eorum optatum exaudiat. Si ille ad huiusmodi celebrationem providere non potest res ad Pontificiam Commissionem “Ecclesia Dei” referatur.

Art. 8. Episcopus, qui vult providere huiusmodi petitionibus christifidelium laicorum, sed ob varias causas impeditur, rem Pontificiae Commissioni “Ecclesia Dei” committere potest, quae ei consilium et auxilium dabit.

Art. 9, § 1. Parochus item, omnibus bene perpensis, licentiam concedere potest utendi rituali antiquiore in administrandis sacramentis Baptismatis, Matrimonii, Poenitentiae et Unctionis Infirmorum,  bono animarum id suadente.

§ 2. Ordinariis autem facultas conceditur celebrandi Confirmationis sacramentum utendo Pontificali Romano antiquo, bono animarum id suadente.

§ 3. Fas est clericis in sacris constitutis uti etiam Breviario Romano a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgato.

Art 10. Fas est Ordinario loci, si opportunum iudicaverit, paroeciam personalem ad normam canonis 518 pro celebrationibus iuxta formam antiquiorem ritus romani erigere aut rectorem vel cappellanum nominare, servatis de iure servandis.

Art. 11. Pontificia Commissio “Ecclesia Dei” a Ioanne Paulo II anno 1988 erecta[5], munus suum adimplere pergit.

Quae Commissio formam, officia et normas agendi habeat, quae Romanus Pontifex ipsi attribuere voluerit.

Art. 12. Eadem Commissio, ultra facultates quibus iam gaudet, auctoritatem Sanctae Sedis exercebit, vigilando de observantia et applicatione harum dispositionum.

Quaecumque vero a Nobis hisce Litteris Apostolicis Motu proprio datis decreta sunt, ea omnia firma ac rata esse et a die decima quarta Septembris huius anni, in festo Exaltationis Sanctae Crucis, servari iubemus, contrariis quibuslibet rebus non obstantibus.

Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die septima mensis Iulii, anno Domini MMVII, Pontificatus Nostri tertio.

BENEDICTUS PP. XVI

 


[1] Institutio generalis Missalis Romani, Editio tertia, 2002, 397
[2] Ioannes Paulus Pp. II, Litt. ap. Vicesimus quintus annus (4 Decembris 1988), 3: AAS 81 (1989), 899.
[3]Ibid.
[4]S. Pius Pp. X, Litt. Ap. Motu proprio datae Abhinc duos annos (23 Octobris 1913): AAS 5 (1913), 449-450; cfr Ioannes Paulus II, Litt. ap. Vicesimus quintus annus (4 Decembris 1988), 3: AAS 81 (1989), 899.
[5] Cfr Ioannes Paulus Pp. II, Litt. ap. Motu proprio datae Ecclesia Dei (2 iulii 1988), 6: AAS 80 (1988), 1498.
 
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Traduzione non ufficiale di Zenit.org
 
LETTERA APOSTOLICA
MOTU PROPRIO DATA
BENEDETTO XVI
 
I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, "a lode e gloria del Suo nome" ed "ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa".

Da tempo immemorabile, come anche per l'avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale "ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede" (1).

Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di San Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell"Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l'Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell'Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di San Benedetto, dovunque unitamente all"annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: "Nulla venga preposto all"opera di Dio" (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l"uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell"età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.

Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca S. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell'esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l'edizione dei libri liturgici, emendati e "rinnovati secondo la norma dei Padri" e li diede in uso alla Chiesa latina.

Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.

“Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l'aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all'inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale" (2). Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, San Pio X (3), Benedetto XV, Pio XII e il Beato Giovanni XXIII.

Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato "perché questa sorta di edificio liturgico [...] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia" (4).

Ma in talune regioni
non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell"anno 1984 con lo speciale indulto "Quattuor abhinc annos", emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal Beato Giovanni XXIII nell"anno 1962; nell"anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica "Ecclesia Dei", data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.

A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull"aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:

Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della "lex orandi" ("legge della preghiera") della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal Beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa "lex orandi" e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della "lex orandi" della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella "lex credendi" ("legge della fede") della Chiesa; sono infatti due usi dell"unico rito romano.

Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l'edizione tipica del Messale Romano promulgato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l"uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori "Quattuor abhinc anno" e "Ecclesia Dei", vengono sostituite come segue:

Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal Beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l'uno o l'altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.

Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o "comunitaria" nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l"edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.

Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all'art. 2, possono essere ammessi - osservate le norme del diritto - anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.

Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del canone 392, evitando la discordia e favorendo l'unità di tutta la Chiesa. § 2. La celebrazione secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere. § 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi. § 4. I sacerdoti che usano il Messale del Beato Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti. § 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.

Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.

Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all"art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia "Ecclesia Dei".

Art. 8. Il Vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla Commissione "Ecclesia Dei", perché gli offra consiglio e aiuto.

Art. 9 § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell"amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell'Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime. § 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime. § 3. Ai chierici costituiti "in sacris" è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962.

Art. 10. l'Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del canone 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.

Art. 11. La Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", eretta da Giovanni Paolo II nel 1988 (5), continua ad esercitare il suo compito. Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.

Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l"autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l"applicazione di queste disposizioni.

Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come "stabilito e decretato" e da osservare dal giorno 14 settembre di quest'anno, festa dell"Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio 2007, anno terzo del nostro Pontificato.

Note:

(1) Ordinamento generale del Messale Romano, 3a ed., 2002, n. 397.
(2) Giovanni Paolo II, Lett. Ap. "Vicesimus quintus annus", 4 dicembre 1988, 3: AAS 81 (1989), 899.
(3) Ibid.
(4) San Pio X, Lett. Ap., Motu proprio data, "Abhinc duos annos", 23 ottobre 1913: AAS 5 (1913), 449-450; cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. "Vicesimus quintus annus", n. 3: AAS 81 (1989), 899.
(5) Cfr Joannes Paulus II, Lett. ap. Motu proprio data "Ecclesia Dei", 2 luglio 1988, 6: AAS 80 (1988), 1498.

Sulla legge 40/04 la Turco & Ko. contano balle (e non è la prima volta)!

Le bugie della Turco e i catastrofisti battuti

di Eugenia Roccella - (C) Il Giornale - 4 luglio 2007 - prima e penultima pagina

La legge 40 funziona. Questo dicono i numeri contenuti nella relazione sulla situazione della procreazione assistita in Italia, presentata dal ministro della Salute Livia Turco.

Il bilancio è largamente positivo: dal 2003 al 2005 le donne che si sono rivolte ai centri specializzati sono state 10.000 in più, passando da 17.125 a 27.254. La catastrofe che i fautori del referendum avevano prospettato non si è realizzata, e le nascite sono in netto aumento. Sarebbe logico immaginare che l'ascia di guerra venisse sepolta, e i tentativi di mettere le mani sulla legge attraverso una modifica parlamentare, o almeno una sostanziale correzione delle linee guida, fossero abbandonati di fronte alla realtà dei dati.

Invece, le polemiche continuano. Barbara Pollastrini e Maura Cossutta sono intervenute con toni sconfortati, come se le più funeste previsioni si fossero avverate. La prima parla di legge «crudele e cattiva, una legge di tortura», mentre l'altra, più concretamente, punta alla revisione delle linee guida entro la fine di luglio.

La stessa Turco, nell'introduzione al documento, sorvola sui fatti positivi e sottolinea quelli negativi, peraltro modesti sul piano dei numeri percentuali: un calo del 2,7% nei concepimenti ottenuti, un aumento del 3% di esiti negativi delle gravidanze, e dell'1,6% dei parti plurimi. Nel paragrafo in cui si confronta il prima e il dopo, non si fa nemmeno un accenno ai benefici introdotti dalla legge, come l'abolizione di alcune pratiche rischiose a cui venivano sottoposte le donne e i nascituri, pur di ottenere il prodotto, cioè l'oggetto-figlio. Per esempio l'abitudine di ricorrere a stimolazioni ormonali pesanti e pericolose per produrre un numero alto di ovociti e quindi di embrioni da trasferire; se poi, una volta in utero, attecchivano tutti, si operava la cosiddetta riduzione fetale (cioè l'eliminazione dei feti «in eccesso»). Non sarà che il lieve aumento dei parti plurimi registrato sia legato alla scomparsa di questa pratica?

Tutti i commenti si appuntano sulla piccola riduzione di gravidanze: ecco, l'avevamo detto che sarebbe successo, e ora cambiamo la legge. Peccato che quella piccola percentuale anneghi nella voragine di un immenso buco nero: la mancanza di informazioni su circa la metà delle gravidanze. Le coppie infatti tendono a sfuggire al follow up, cioè ai controlli dopo i trattamenti, e del 47,8% delle gravidanze non si sa più niente. Un po' per la voglia di rimuovere l'idea di un figlio concepito in provetta, un po' per evitare viaggi e spostamenti, le mamme non tornano nei centri dove sono state sottoposte alla fecondazione assistita.

Manca quindi all'appello la metà dei dati necessari a formulare qualunque ipotesi fondata, e sarebbe onesto avvertire che non si può arrivare a nessuna conclusione certa. Invece si parla di «correlazione» tra l'aumento di gravidanze finite male e l'obbligo di impiantare tutti gli embrioni (al massimo 3) contenuto nella legge. Mentre, come la Turco certamente sa, la legge non obbliga affatto a impiantare 3 embrioni: sono i medici che non si allineano alla tendenza internazionale, che è quella di impiantare un unico embrione per volta, magari congelando gli ovociti.

Come si fa a stabilire correlazioni, per spiegare aumenti percentuali minimi, quando si possiede solo una metà delle informazioni? Nella relazione per la verità si accenna al problema che, secondo gli stessi estensori, rende impossibile «dare informazioni significative sulla sicurezza delle tecniche e sui loro esiti», ma quando, nell'introduzione, si traccia il bilancio della legge i dubbi e le cautele spariscono.

Ieri il ministro Turco, dopo aver lodato il rigore e lo scrupolo con cui l'Istituto Superiore di Sanità ha raccolto ed elaborato i dati disponibili, si è augurata che «tutte le parti si misurino su quei dati, ne valutino il rigore, e a partire da quei dati il Parlamento valuti che fare».

Siamo assolutamente d'accordo: purché lo si faccia con onestà, tenendo conto di quello che i dati effettivamente dicono, e soprattutto di quello che NON dicono.

Beato Pier Giorgio Frassati

 
***
Carissimo, [...]
altro non ho da dirti se non che la mia vita è monotona,
ma ogni giorno più comprendo qual Grazia sia esser Cattolici.
 
Poveri disgraziati quelli che non hanno una Fede: vivere senza una Fede,
senza un patrimonio da difendere  senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare.
Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una Fede da sostenere, una Speranza da raggiungere: la nostra Patria.
 
E perciò bando ad ogni malinconia che vi può essere solo quando si perde la Fede. I dolori umani ci toccano ma se essi sono visti sotto la luce della Religione e quindi della Rassegnazione non sono nocivi ma salutari perché purificano l'Anima delle piccole ma inevitabili macchie di cui noi uomini per la nostra cattiva natura spesse volte ci macchiamo.

[...] in alto i Cuori e sempre avanti per il trionfo del regno di Cristo nella società.
 
Saluti cordiali in G.C.
 

(Da una lettera di Pier Gorgio a I.Bonini, 27 febbraio 1925)


Beatificazione di Pier Giorgio Frassati -

Omelia di Giovanni Paolo II

Domenica, 20 maggio 1990

"Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore . . . Lo Spirito di verità" (Gv 14, 15).

1. Nel tempo pasquale, a mano a mano che ci avviciniamo alla Pentecoste, queste parole diventano sempre più attuali. Sono state pronunziate nel cenacolo da Gesù, il giorno prima della passione, mentre si congedava dagli apostoli. La sua partenza - la partenza dell'amato Maestro mediante la morte e la risurrezione - apre la via a un altro Consolatore. Verrà il Paraclito: verrà, grazie proprio alla dipartita redentrice di Cristo, che rende possibile e inaugura la nuova presenza misericordiosa di Dio fra gli uomini. Lo Spirito di Verità, che il mondo non vede e non conosce, si fa, invece, conoscere dagli apostoli, "perché dimorerà presso di loro e in loro opererà" ( Gv 14, 17). E di ciò, il giorno della Pentecoste, tutti diverranno testimoni.

2. La Pentecoste, tuttavia, è solo l'inizio, poiché lo Spirito di Verità viene per rimanere con la Chiesa "per sempre", nell'incessante rinnovarsi delle generazioni future. E allora non solo agli uomini del suo tempo, ma a tutti noi e ai nostri contemporanei si rivolgono le parole dell'apostolo Pietro: "Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi " (1 Pt 3, 15).

Nel nostro secolo, Pier Giorgio Frassati, che a nome della Chiesa oggi ho la gioia di proclamare beato, ha incarnato nella propria vita queste parole di san Pietro. La potenza dello Spirito di verità, unito a Cristo, lo ha reso moderno testimone della speranza, che scaturisce dal Vangelo, e della grazia di salvezza operante nel cuore dell'uomo. È diventato, così, il testimone vivo e il difensore coraggioso di questa speranza a nome dei giovani cristiani del secolo ventesimo.

3. La fede e la carità, vere forze motrici della sua esistenza, lo resero attivo e operoso nell'ambiente in cui visse, in famiglia e nella scuola, nell'università e nella società; lo trasformarono in gioioso ed entusiasta apostolo di Cristo, in appassionato seguace del suo messaggio e della sua carità.

Il segreto del suo zelo apostolico e della sua santità, è da ricercare nell'itinerario ascetico e spirituale da lui percorso; nella preghiera, nella perseverante adorazione, anche notturna, del Santissimo Sacramento, nella sua sete della parola di Dio, scrutata nei testi biblici; nella serena accettazione delle difficoltà della vita anche familiari; nella castità vissuta come disciplina ilare e senza compromessi; nella predilezione quotidiana per il silenzio e la "normalità" dell'esistenza.

È proprio in questi fattori che ci è dato scoprire la sorgente profonda della sua vitalità spirituale. Infatti, è attraverso l'Eucaristia che Cristo comunica il suo Spirito; è attraverso l'ascolto della sua parola che cresce la disponibilità ad accogliere gli altri, ed è pure attraverso l'abbandono orante nella volontà di Dio che maturano le grandi decisioni della vita. Solo adorando Dio presente nel proprio cuore, il battezzato può rispondere a chi "domandi ragione della speranza" che è in lui. E il giovane Frassati lo sa, lo sperimenta, lo vive. Nella sua esistenza la fede si fonde con la carità: saldo nella fede e fattivo nella carità, poiché la fede senza le opere è morta.

4. Certo, a uno sguardo superficiale, lo stile di Pier Giorgio Frassati, un giovane moderno pieno di vita, non presenta granché di straordinario. Ma proprio questa è l'originalità della sua virtù, che invita a riflettere e che spinge all'imitazione. In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l'adesione al Vangelo si traduce in attenzione amorosa ai poveri e ai bisognosi, in un crescendo continuo sino agli ultimi giorni della malattia che lo porterà alla morte. Il gusto del bello e dell'arte, la passione per lo sport e per la montagna, l'attenzione ai problemi della società non gli impediscono il rapporto costante con l'Assoluto.

Tutta immersa nel mistero di Dio e tutta dedita al costante servizio del prossimo: così si può riassumere la sua giornata terrena! La sua vocazione di laico cristiano si realizzava nei suoi molteplici impegni associativi e politici, in una società in fermento, indifferente e talora ostile alla Chiesa. Con questo spirito Pier Giorgio seppe dare impulso ai vari movimenti cattolici, ai quali aderì con entusiasmo, ma soprattutto all'Azione Cattolica, oltre che alla FUCI, in cui trovò vera palestra di formazione cristiana e campi propizi per il suo apostolato. Nell'Azione Cattolica egli visse la vocazione cristiana con letizia e fierezza e s'impegnò ad amare Gesù e a scorgere in lui i fratelli che incontrava nel suo sentiero o che cercava nei luoghi della sofferenza, dell'emarginazione e dell'abbandono per far sentire loro il calore della sua umana solidarietà e il conforto soprannaturale della fede in Cristo.

Morì giovane, al termine di un'esistenza breve, ma straordinariamente ricca di frutti spirituali, avviandosi "alla vera patria a cantare le lodi a Dio".

5. L'odierna celebrazione invita tutti noi ad accogliere il messaggio che Pier Giorgio Frassati trasmette agli uomini del nostro tempo, soprattutto a voi, giovani, desiderosi di offrire un concreto contributo di rinnovamento spirituale a questo nostro mondo, che talora sembra sfaldarsi e languire per mancanza di ideali.

Egli proclama, con il suo esempio, che è "beata" la vita condotta nello Spirito di Cristo, Spirito delle Beatitudini, e che soltanto colui che diventa "uomo delle Beatitudini" riesce a comunicare ai fratelli l'amore e la pace. Ripete che vale veramente la pena sacrificare tutto per servire il Signore. Testimonia che la santità è possibile per tutti e che solo la rivoluzione della carità può accendere nel cuore degli uomini la speranza di un futuro migliore.

6. Sì, "stupende sono le opere del Signore . . . Acclamate a Dio da tutta la terra" (Sal 66, 1-3). I versetti del Salmo, che risuonano nella liturgia dell'odierna domenica, sono come un'eco viva dell'anima del giovane Frassati. È noto, infatti, quanto egli abbia amato il mondo creato da Dio!

"Venite a vedere le opere di Dio": anche questo è un invito che si raccoglie dalla sua giovane anima e si rivolge in modo particolare ai giovani.

"Mirabile Dio nel suo agire sugli uomini" (Sal 66, 5). Mirabile il suo agire per gli uomini! Occorre che gli occhi umani - occhi giovani, occhi sensibili - sappiano ammirare le opere di Dio, nel mondo esterno e visibile. Occorre che gli occhi dell'anima sappiano volgersi da questo mondo esterno e visibile a quello interno e invisibile: e così possano svelare all'uomo quelle dimensioni dello spirito nelle quali si riflette la luce del Verbo che illumina ogni uomo. In questa luce opera lo Spirito di verità.

7. Ecco l'uomo "interiore"! E tale ci appare Pier Giorgio Frassati. Difatti, tutta la sua vita sembra riassumere le parole di Cristo che troviamo nel Vangelo di Giovanni: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" ( Gv 14, 23).

Egli è l'uomo "interiore" amato dal Padre, perché molto ha amato! Egli è anche l'uomo del nostro secolo, l'uomo moderno, l'uomo che ha tanto amato! Non è forse l'amore la cosa più necessaria al nostro XX secolo, al suo inizio come alla sua fine? Non è forse vero che soltanto ciò resta, senza mai perdere la sua validità: il fatto che "ha amato"?

8. Egli se ne è andato giovane da questo mondo, ma ha lasciato un segno nell'intero secolo, e non soltanto in questo nostro secolo. Egli se ne è andato da questo mondo, ma, nella potenza pasquale del suo Battesimo, può ripetere a tutti, in particolar modo alle giovani generazioni di oggi e di domani: "Voi mi vedrete, perché io vivo, e voi vivrete!" ( Gv 14, 19).

Queste parole furono pronunciate da Gesù Cristo, mentre si congedava dagli apostoli, prima di affrontare la passione. Mi piace raccoglierle dalla bocca stessa del novello beato, quale suadente invito a vivere di Cristo, in Cristo. Ed è invito valido tuttora, valido anche oggi, soprattutto per i giovani di oggi. Valido per tutti noi. Invito valido che ci ha lasciato Pier Giorgio Frassati. Amen.

La tanto attesa Nota della CEI sulla famigllia

Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto

L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
 
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi» (Statuto C.E.I., art. 23, b).
 
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera.
 
Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli. 
 
Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
 
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
 
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
 
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente
Esortazione apostolica post–sinodale Sacramentum Caritatis: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
 
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
 
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.
 
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.

Roma, 28 marzo 2007
 
I VESCOVI
CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE

Festa di san Giuseppe

  Buon onomastico a tutti i Giuseppe ed a tutti i papà!

L'Eucaristia è fonte della gioia cristiana

 

ANGELUS

Piazza San Pietro
IV Domenica di Quaresima, 18 marzo 2007

[...] la liturgia ci invita a rallegrarci perché si avvicina la Pasqua, il giorno della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Ma dove si trova la sorgente della gioia cristiana se non nell'Eucaristia, che Cristo ci ha lasciato come Cibo spirituale, mentre siamo pellegrini su questa terra? L'Eucaristia alimenta nei credenti di ogni epoca quella letizia profonda, che fa tutt'uno con l'amore e con la pace, e che ha origine dalla comunione con Dio e con i fratelli. 

[...] nell'Eucaristia Cristo ha voluto donarci il suo amore, che lo ha spinto ad offrire sulla croce la vita per noi. Nell'ultima Cena, lavando i piedi ai discepoli, Gesù ci ha lasciato il comandamento dell'amore: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" ( Gv 13,34). Ma poiché questo è possibile solo rimanendo uniti a Lui, come tralci alla vite (cfr Gv 15,1-8), ha scelto di rimanere Egli stesso tra noi nell'Eucaristia perché noi potessimo rimanere in Lui. Quando, pertanto, ci nutriamo con fede del suo Corpo e del suo Sangue, il suo amore passa in noi e ci rende capaci a nostra volta di dare la vita per i fratelli (cfr 1 Gv 3,16). Da qui scaturisce la gioia cristiana, la gioia dell'amore. [...]
 

Senso del peccato e sensi di colpa

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CORSO PROMOSSO DALLA PENITENZIERIA APOSTOLICA
 
16 marzo 2007
 
[...] L’odierno incontro mi offre l’opportunità di riflettere insieme a voi sull’importanza del sacramento della Penitenza anche in questo nostro tempo e di ribadire la necessità che i sacerdoti si preparino ad amministrarlo con devozione e fedeltà a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano, come promettono al Vescovo nel giorno della loro Ordinazione presbiterale. Si tratta infatti di uno dei compiti qualificanti del peculiare ministero che essi sono chiamati ad esercitare "in persona Christi". Con i gesti e le parole sacramentali, i sacerdoti rendono visibile soprattutto l’amore di Dio, che in Cristo si è rivelato in pienezza.[...]
 
[...] Il mondo contemporaneo continua a presentare le contraddizioni ben rilevate dai Padri del Concilio Vaticano II (cfr Cost. past. Gaudium et spes, 4-10): vediamo un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene; eppure, quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione! In una parola, oggi pare che si sia perso il "senso del peccato", ma in compenso sono aumentati i "complessi di colpa". Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino? [...] Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio, che invoca nella formula dell’assoluzione dei peccati: "Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace".
 
[...] L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita come Paolo lo incontrò sulla via di Damasco. Conosciamo l’appassionata dichiarazione dell’Apostolo delle genti dopo quell’incontro che ne cambiò la vita: "mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Questa è la sua esperienza personale sulla via di Damasco: il Signore Gesù ha amato Paolo e ha dato la sua vita per lui. E nella confessione questa è anche la nostra strada, la nostra via di Damasco, la nostra esperienza: Gesù ha amato me e si è donato per me. Possa ogni persona fare questa stessa esperienza spirituale e come ha detto il Servo di Dio Giovanni Paolo II "riscoprire Cristo come mysterium pietatis, colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé. È questo volto di Cristo che occorre far riscoprire anche attraverso il sacramento della Penitenza" (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 37).
 
Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l'amore misericordioso di Dio. Come il padre della parabola del figlio prodigo, accolga il peccatore pentito, lo aiuti a risollevarsi dal peccato, lo incoraggi a emendarsi non venendo mai a patti con il male, ma riprendendo sempre il cammino verso la perfezione evangelica. Questa bella esperienza del figlio prodigo, che trova nel Padre tutta la misericordia divina, sia l'esperienza di chiunque si confessa, nel sacramento della Riconciliazione.
 
Cari Fratelli, tutto ciò comporta che il sacerdote impegnato nel ministero del sacramento della Penitenza sia animato egli stesso da una costante tensione alla santità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica punta alto in tale esigenza, quando afferma: "Il confessore [...] deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l'esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore" (n. 1466).
 
Per portare a compimento questa importante missione, interiormente unito sempre al Signore, il sacerdote si mantenga fedele al Magistero della Chiesa per quanto concerne la dottrina morale, cosciente che la legge del bene e del male non è determinata dalle situazioni, ma da Dio. [...]
 

Esortazione apostolica postsinodale **Sacramentum Caritatis**

ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE SACRAMENTUM CARITATIS
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALL'EPISCOPATO, AL CLERO
ALLE PERSONE CONSACRATE
E AI FEDELI LAICI
SULL'EUCARISTIA
FONTE E CULMINE DELLA VITA
E DELLA MISSIONE DELLA CHIESA

 

INDICE

Introduzione [1]

Il cibo della verità [2]
Lo sviluppo del rito eucaristico [3]
Il Sinodo dei Vescovi e l'Anno dell'Eucaristia [4]
Scopo della presente Esortazione [5]

PRIMA PARTE
EUCARISTIA, MISTERO DA CREDERE

La fede eucaristica della Chiesa [6]

Santissima Trinità ed Eucaristia

Il pane disceso dal cielo [7]
Dono gratuito della Santissima Trinità [8]

Eucaristia: Gesù vero Agnello immolato

La nuova ed eterna alleanza nel sangue dell'Agnello [9]
L'istituzione dell'Eucaristia [10]

Figura transit in veritatem
[11]

Lo Spirito Santo e l'Eucaristia

Gesù e lo Spirito Santo [12]
Spirito Santo e Celebrazione eucaristica [13]

Eucaristia e Chiesa

Eucaristia principio causale della Chiesa [14]
Eucaristia e comunione ecclesiale [15]

Eucaristia e Sacramenti

Sacramentalità della Chiesa [16]

I. Eucaristia e iniziazione cristiana
Eucaristia, pienezza dell'iniziazione cristiana [17]
L'ordine dei Sacramenti dell'iniziazione [18]
Iniziazione, comunità ecclesiale e famiglia [19]

II. Eucaristia e sacramento della Riconciliazione
Loro nesso intrinseco [20]
Alcune attenzioni pastorali [21]

III. Eucaristia e Unzione degli infermi [22]

IV. Eucaristia e sacramento dell'Ordine
In persona Christi capitis
[23]
Eucaristia e celibato sacerdotale [24]
Scarsità di clero e pastorale vocazionale [25]
Gratitudine e speranza [26]

V. Eucaristia e Matrimonio
Eucaristia, sacramento sponsale [27]
Eucaristia e unicità del matrimonio [28]
Eucaristia e indissolubilità del matrimonio [29]

Eucaristia ed Escatologia

Eucaristia: dono all'uomo in cammino [30]
Il banchetto escatologico [31]
Preghiera per i defunti [32]

L'Eucaristia e la Vergine Maria [33]

SECONDA PARTE
EUCARISTIA, MISTERO DA CELEBRARE

Lex orandi e lex credendi [34]
Bellezza e liturgia [35]

La Celebrazione eucaristica opera del « Christus totus »

Christus totus in capite et in corpore [36]
Eucaristia e Cristo risorto [37]

Ars celebrandi [38]

Il Vescovo, liturgo per eccellenza [39]
Il rispetto dei libri liturgici e della ricchezza dei segni [40]
Arte al servizio della celebrazione [41]
Il canto liturgico [42]

La struttura della celebrazione eucaristica [43]

Unità intrinseca dell'azione liturgica [44]
La liturgia della Parola [45]
L'omelia [46]
Presentazione dei doni [47]
La preghiera eucaristica [48]
Scambio della pace [49]
Distribuzione e ricezione dell'Eucaristia [50]
Il congedo: « Ite, missa est » [51]

Actuosa participatio [52]

Autentica partecipazione [53]
Partecipazione e ministero sacerdotale [53]
Celebrazione eucaristica e inculturazione [54]
Condizioni personali per una « actuosa participatio [55] »
Partecipazione dei cristiani non cattolici [56]
Partecipazione attraverso i mezzi di comunicazione [57]
« Actuosa participatio » degli infermi [58]
L'attenzione per i carcerati [59]
I migranti e la partecipazione all'Eucaristia [60]
Le grandi concelebrazioni [61]
La lingua latina [62]
Celebrazioni eucaristiche in piccoli gruppi [63]

La celebrazione interiormente partecipata

Catechesi mistagogica [64]
La riverenza verso l'Eucaristia [65]

Adorazione e pietà eucaristica

Il rapporto intrinseco tra celebrazione e adorazione [66]
La pratica dell'adorazione eucaristica [67]
Forme di devozione eucaristica [68]
Il luogo del tabernacolo nella chiesa [69]

TERZA PARTE
EUCARISTIA, MISTERO DA VIVERE

Forma eucaristica della vita cristiana

Il culto spirituale – logiké latreía (Rm 12,1) [70]
Efficacia onnicomprensiva del culto eucaristico [71]

Iuxta dominicam viventes
– Vivere secondo la Domenica [72]
Vivere il precetto festivo [73]
Il senso del riposo e del lavoro [74]
Assemblee domenicali in assenza di sacerdote [75]
Una forma eucaristica dell'esistenza cristiana, l'appartenenza ecclesiale [76]
Spiritualità e cultura eucaristica [77]
Eucaristia ed evangelizzazione delle culture [78]
Eucaristia e fedeli laici [79]
Eucaristia e spiritualità sacerdotale [80]
Eucaristia e vita consacrata [81]
Eucaristia e trasformazione morale [82]
Coerenza eucaristica [83]

Eucaristia, mistero da annunciare

Eucaristia e missione [84]
Eucaristia e testimonianza [85]
Cristo Gesù, unico Salvatore [86]
Libertà di culto [87]

Eucaristia, mistero da offrire al mondo

Eucaristia, pane spezzato per la vita del mondo [88]
Le implicazioni sociali del Mistero eucaristico [89]
Il cibo della verità e l'indigenza dell'uomo [90]
La dottrina sociale della Chiesa [91]
Santificazione del mondo e salvaguardia del creato [92]
Utilità di un Compendio eucaristico [93]

Conclusione [94]

La 194 legittima l'omicidio, ma se almeno la applicassero quando lo vieta!

Una sistematica violazione della legge 194

Editoriale di Eugenia Roccella  - (C) Avvenire - 9 marzo 2007

Il piccolo nato all'ospedale di Careggi in seguito a un tentativo di aborto tardivo non ce l'ha fatta; la sua breve lotta per la sopravvivenza si è spenta in una silenziosa resa. Si dirà che 22 settimane sono troppo poche, per vivere fuori dalla protezione del grembo materno. Eppure ricordiamo bene le foto di Amilla, la bimba di Miami nata a 21 settimane, così minuscola da poter essere chiusa nell'abbraccio di due mani. Il presidente della Società italiana di neonatologia, Claudio Fabris, ha spiegato che un feto che pesa meno di 500 grammi ha oggi circa il 30% di possibilità di vita, e ha invitato a non praticare più aborti ai limiti delle 22 settimane.

Malasanità, hanno commentato in tanti, da Ignazio Marino a Rosy Bindi; ossia errore diagnostico, sfortunato incidente di percorso, tra l'altro accaduto in una struttura considerata di eccellenza. Forse però si tratta di altro, cioè di una sistematica violazione della legge 194, la stessa che tutti, a parole, difendono. In Francia il presidente della Commissione nazionale di bioetica, Didier Sicard, ha denunciato l'avanzata trionfante dell'eugenetica, che sta facendo piazza pulita della diversità umana grazie all'uso massiccio e mirato delle varie forme di diagnosi prenatale.

Facendo leva sulle comprensibili ansie materne, sul desiderio umanissimo di avere un figlio in buona salute, vengono ormai eliminati feti con difetti minimi, che si potrebbero tranquillamente operare o curare, come alcune deformazioni del palato o del piede. O anche nascituri affetti da patologie con cui personaggi come Mozart e lo stesso Einstein hanno tranquillamente convissuto. Meglio buttare che riparare, suggeriscono le nuove tendenze della scienza medica, in palese contraddizione con gli scopi per cui è nata. Adesso ci si affretta a riconoscere che i test prenatali si basano su una concezione probabilistica, e che difficilmente possono offrire certezze; ma a quante donne viene detto a chiare lettere che la diagnosi in base alla quale rinunciano al figlio è puramente ipotetica?


Se il bambino di Careggi fosse morto subito, come era previsto, il caso non sarebbe approdato sulle prime pagine; e altrettanto sarebbe accaduto se la malformazione ipotizzata ci fosse stata davvero. Dunque è stato un incidente: perché è normale eliminare un feto di cinque mesi, ed è normale farlo soprattutto se ha un problema di salute, anche curabile. Ma la legge sull'interruzione di gravidanza non legittima l'aborto terapeutico (sarebbe più opportuno parlare di aborto eugenetico, ndr), e vieta con chiarezza di abortire nel caso "sussista possibilità di vita autonoma" del nascituro, a meno che non vi sia "grave pericolo" per la vita della madre. Non si tratta di mettere in discussione la libera scelta della donna (ed invece si tratta anche di questo, eccome! ndr). In questo caso, per esempio, ogni responsabilità è stata velocemente addossata alla giovane madre, che immaginiamo frastornata e terrorizzata - come può esserlo una ventiduenne - da una diagnosi che le è apparsa come una condanna.

Le nostre scelte sono condizionate dall'informazione e dalla capacità di recepirla, dal grado di maturità e di consapevolezza, e in larga misura dalla cultura dominante. In Francia i bambini Down sono praticamente scomparsi, grazie alla diagnosi prenatale e all'aborto; al contrario le donne svedesi scelgono in genere di tenersi i figli affetti da trisomia 21. La differenza tra i due Paesi è nella cultura, nel modo in cui è strutturato il sistema sanitario e il welfare. Non è solo la donna, a dover scegliere, siamo noi tutti: di fronte a casi come questo dobbiamo sapere che non si tratta solo di malasanità, ma che è urgente decidere se costruire una società dell'accoglienza e della cura, o una società del rifiuto e dell'indifferenza.

Ancora Sgarbi vs. Cecchi Paone

Questa volta si parla di pedofilia...
 
Ecco a voi un altro pezzo forte di Sgarbi, isterico come al solito e come al solito profetico... http://www.youtube.com/watch?v=AlrFb3ust-o

Benedetto XVI ai vescovi piemontesi

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 marzo 2007

[...]

Cari amici, la fede cristiana si confronta, anche in Piemonte e Valle d’Aosta con molte sfide dovute, nell’odierno contesto socio-culturale, alle tendenze agnostiche presenti in campo dottrinale, come pure alle pretese di piena autonomia etica e morale. Non è certo facile annunciare e testimoniare oggi il Vangelo. Tuttavia permane nel popolo un solido substrato spirituale, che si manifesta tra l’altro nell’attenzione alle istanze della vita cristiana, nell’intimo bisogno di Dio, nella riscoperta del valore della preghiera, nella stima verso il sacerdote zelante e il suo ministero.

Si avverte, inoltre, da parte di fedeli laici e di gruppi di impegno apostolico, una più sentita esigenza di tensione alla santità, misura alta della vita cristiana. Mi rivolgo pure a voi, cari Fratelli nell’Episcopato: di fronte alle difficoltà che a volte incontrano le comunità ecclesiali affidate alle vostre cure, vi esorto a proseguire con coraggio nell’aiutarle a seguire fedelmente il Signore, valorizzando le loro potenzialità spirituali e i carismi di ciascuno. Ricordate loro che nessuna difficoltà può separarci dall’amore di Cristo, come già affermava san Paolo (cfr. Rm 8,35-39).

Per questo, unendo le forze, voi Pastori insieme ai sacerdoti, alle persone consacrate e ai fedeli laici testimoniate con fervore la vostra comune adesione a Cristo ed edificate la Chiesa nella carità e nella verità. La Madre Celeste, che il popolo piemontese invoca da sempre con sentita devozione, vi assista, vi illumini e vi conforti.

Saluto ora i giovani qui presenti [...] Cari amici, il tempo di Quaresima, che stiamo vivendo, sia per voi occasione propizia per riscoprire il dono della sequela di Cristo e imparare ad aderire sempre, con il suo aiuto, alla volontà del Padre.

E così prendiamo la strada giusta, la strada che ci apre il cammino al futuro.

Il testo completo dell'udienza di Benedetto XVI del 7 marzo 2007 al link http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070307_it.html

Benedetto XVI ai membri della Pontificia Accademia per la Vita

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE
DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA

Sala Clementina
Sabato, 24 febbraio 2007

[...] Continuamente, perciò, il cristiano è chiamato a mobilitarsi per far fronte ai molteplici attacchi a cui è esposto il diritto alla vita. In ciò egli sa di poter contare su motivazioni che hanno profonde radici nella legge naturale e che possono quindi essere condivise da ogni persona di retta coscienza. In questa prospettiva, soprattutto dopo la pubblicazione dell’Enciclica Evangelium vitae, molto è stato fatto perché i contenuti di tali motivazioni potessero essere meglio conosciuti nella comunità cristiana e nella società civile, ma bisogna ammettere che gli attacchi al diritto alla vita in tutto il mondo si sono estesi e moltiplicati, assumendo anche nuove forme. Sono sempre più forti le pressioni per la legalizzazione dell’aborto nei Paesi dell’America Latina e nei Paesi in via di sviluppo, anche con il ricorso alla liberalizzazione delle nuove forme di aborto chimico sotto il pretesto della salute riproduttiva: si incrementano le politiche del controllo demografico, nonostante che siano ormai riconosciute come perniciose anche sul piano economico e sociale.

Nello stesso tempo, nei Paesi più sviluppati cresce l’interesse per la ricerca biotecnologica più raffinata, per instaurare sottili ed estese metodiche di eugenismo fino alla ricerca ossessiva del "figlio perfetto", con la diffusione della procreazione artificiale e di varie forme di diagnosi tendenti ad assicurarne la selezione. Una nuova ondata di eugenetica discriminatoria trova consensi in nome del presunto benessere degli individui e, specie nel mondo economicamente progredito, si promuovono leggi per legalizzare l’eutanasia. Tutto questo avviene mentre, su un altro versante, si moltiplicano le spinte per la legalizzazione di convivenze alternative al matrimonio e chiuse alla procreazione naturale. In queste situazioni la coscienza, talora sopraffatta dai mezzi di pressione collettiva, non dimostra sufficiente vigilanza circa la gravità dei problemi in gioco, e il potere dei più forti indebolisce e sembra paralizzare anche le persone di buona volontà.

Per questo è ancor più necessario l’appello alla coscienza e, in particolare, alla coscienza cristiana. "La coscienza, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l’uomo ha il dovere di seguire ciò che sa essere giusto e retto" (n. 1778). Da questa definizione emerge che la coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò.

La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori.

Occorre rieducare al desiderio della conoscenza della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale e della chiarezza della coscienza. Questo è compito delicato dei genitori e degli educatori che li affiancano; ed è compito della comunità cristiana nei confronti dei suoi fedeli. Per quanto concerne la coscienza cristiana, la sua crescita e il suo nutrimento, non ci si può accontentare di un fugace contatto con le principali verità di fede nell’infanzia, ma occorre un cammino che accompagni le varie tappe della vita, dischiudendo la mente ed il cuore ad accogliere i fondamentali doveri su cui poggia l’esistenza sia del singolo che della comunità. Solo così sarà possibile avviare i giovani a comprendere i valori della vita, dell’amore, del matrimonio, della famiglia. Solo così si potrà portarli ad apprezzare la bellezza e la santità dell’amore, la gioia e la responsabilità di essere genitori e collaboratori di Dio nel dare la vita. In mancanza di una formazione continua e qualificata, diventa ancor più problematica la capacità di giudizio nei problemi posti dalla biomedicina in materia di sessualità, di vita nascente, di procreazione, come anche nel modo di trattare e curare i pazienti e le fasce deboli della società.

E’ certamente necessario parlare dei criteri morali che riguardano questi temi con professionisti, medici e giuristi, per impegnarli ad elaborare un competente giudizio di coscienza, e, nel caso, anche una coraggiosa obiezione di coscienza, ma una pari urgenza insorge a livello di base, per le famiglie e le comunità parrocchiali, nel processo di formazione della gioventù e degli adulti. Sotto questo aspetto, accanto alla formazione cristiana, finalizzata alla conoscenza della Persona di Cristo, della sua Parola e dei Sacramenti, nell’itinerario di fede dei fanciulli e degli adolescenti occorre unire coerentemente il discorso sui valori morali che riguardano la corporeità, la sessualità, l’amore umano, la procreazione, il rispetto per la vita in tutti i momenti, denunciando nel contempo con validi e precisi motivi, i comportamenti contrari a questi valori primari. In questo specifico campo l’opera dei sacerdoti dovrà essere opportunamente coadiuvata dall’impegno di laici educatori, anche specialisti, dediti al compito di guidare le realtà ecclesiali con la loro scienza illuminata dalla fede. Prego, pertanto, il Signore perché mandi fra voi, cari fratelli e sorelle, e fra quanti si dedicano alla scienza, alla medicina, al diritto, alla politica, dei testimoni forniti di coscienza vera e retta, per difendere e promuovere lo "splendore della verità" a sostegno del dono e del mistero della vita. Confido nel vostro aiuto, carissimi professionisti, filosofi, teologi, scienziati e medici. In una società talora chiassosa e violenta, con la vostra qualificazione culturale, con l’insegnamento e con l’esempio, potete contribuire a risvegliare in molti cuori la voce eloquente e chiara della coscienza.

[...]

Il testo integrale del discorso di Benedetto XVI ai membri della PAV al link
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2007/february/documents/hf_ben-xvi_spe_20070224_academy-life_it.html

Benedetto XVI ai giovani di tutto il mondo

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA XXII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
(1° APRILE 2007)

"Come io vi ho amato, così amatevi
anche voi gli uni gli altri"
(Gv 13,34)

Cari giovani,
in occasione della XXII Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata nelle Diocesi la prossima Domenica delle Palme, vorrei proporre alla vostra meditazione le parole di Gesù: " Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).

E' possibile amare?

Ogni persona avverte il desiderio di amare e di essere amata. Eppure quant'è difficile amare, quanti errori e fallimenti devono registrarsi nell'amore! C'è persino chi giunge a dubitare che l'amore sia possibile. Ma se carenze affettive o delusioni sentimentali possono far pensare che amare sia un'utopia, un sogno irraggiungibile, bisogna forse rassegnarsi? No! L'amore è possibile e scopo di questo mio messaggio è di contribuire a ravvivare in ciascuno di voi, che siete il futuro e la speranza dell'umanità, la fiducia nell'amore vero, fedele e forte; un amore che genera pace e gioia; un amore che lega le persone, facendole sentire libere nel reciproco rispetto. Lasciate allora che percorra insieme a voi un itinerario, in tre momenti, alla "scoperta" dell'amore.

[...]

Il terzo ambito dell'impegno che l'amore comporta è quello della vita quotidiana con le sue molteplici relazioni. Mi riferisco segnatamente alla famiglia, alla scuola, al lavoro e al tempo libero. Cari giovani, coltivate i vostri talenti non soltanto per conquistare una posizione sociale, ma anche per aiutare gli altri "a crescere". Sviluppate le vostre capacità, non solo per diventare più "competitivi" e "produttivi", ma per essere "testimoni della carità". Alla formazione professionale unite lo sforzo di acquisire conoscenze religiose utili per poter svolgere la vostra missione in maniera responsabile. In particolare, vi invito ad approfondire la dottrina sociale della Chiesa, perché dai suoi principi sia ispirata ed illuminata la vostra azione nel mondo. Lo Spirito Santo vi renda inventivi nella carità, perseveranti negli impegni che assumete, e audaci nelle vostre iniziative, perché possiate offrire il vostro contributo per l'edificazione della "civiltà dell'amore". L'orizzonte dell'amore è davvero sconfinato: è il mondo intero!


Il testo integrale del messaggio di Benedetto XVI per la XXII Giornata Mondiale della Gioventù al link
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/youth/documents/hf_ben-xvi_mes_20070127_youth_it.html

"I vescovi facciano i pastori" tuonano i cattolici adulti! Niente di più giusto, ma cerchiamo di intederci ;-)

IN MEZZO AI LUPI
I cattodemocratici chiedono ai vescovi di fare i pastori, Camillo Langone è d'accordo. A modo suo - (C) Il Foglio - 17 febbraio 2007
 
I vescovi facciano i pastori e non i politici", dicono, e per una volta hanno ragione.
Parlando a vanvera può capitare di centrare casualmente il bersaglio. Sul quotidiano della Margherita, Europa, Alberto Monticone, Angelo Bertani e Aldo Maria Valli cercano di insegnare il mestiere ai vescovi e indicano, senza volerlo, la strada da seguire. Che i vescovi facciano i pastori, giustissimo, e pazienza se i tre volevano dire tutt'altro.
 
Nessuno di loro sembra provenire dalle regioni in cui la pastorizia ha radici più salde: Abruzzo, Lucania, Sardegna… Nessuno mostra di sapere che ancora oggi, nonostante il divieto assoluto di caccia, i pastori appena vedono un lupo sparano. Sull'appennino lucano, inerpicandosi da Tursi verso il Pollino, non è difficile vedere pelli di lupi appese alle porte degli stazzi. Ai pastori non gliene frega niente del Wwf, dei Verdi e della legge 968, vedono un lupo e gli sparano, lo scuoiano e lasciano la carcassa ai cani e ai corvi. Solo a quel punto gli chiedono se aveva fame e quali erano le sue intenzioni.
 
Uomini rudi per i quali la salvezza delle pecore viene prima, molto prima, del rispetto delle buone maniere. Perciò i cattodemocratici che vogliono una gerarchia molliccia devono dire esattamente il contrario: "I vescovi facciano i politici e non i pastori". Secondo Monticone, un mangiaostie a tradimento che scrive papa minuscolo e Costituzione maiuscola, la Chiesa non deve compiere "atti di rilevanza politica". Deve essere quindi irrilevante. E proseguire la "costruttiva tradizione dell'episcopato italiano degli ultimi anni", quelli durante i quali molti pastori si distrassero e i lupi scesero a valle: divorzio, aborto, nuove chiese progettate da architetti anticristiani, declino della domenica…
 
Bertani dice che Ruini sta cercando di resuscitare il passato e non il Vangelo, può darsi, intanto lui sta cercando di strappare dal Nuovo Testamento la Lettera ai Romani. Valli intervista alcuni parroci allo sbando secondo i quali il vero problema è la mancanza di lavoro. Il Vaticano invece di prendersela coi matrimonietti dovrebbe costruire fabbriche al sud, sembra di capire. Un prete dice che i suoi  parrocchiani non credono più nell'indissolubilità del matrimonio e nell'obbligo di andare a messa però ha trovato una ricetta: l'ascolto.
 
Insomma il gregge si sta sparpagliando in ogni direzione e lui si è messo a registrare i belati. Su Repubblica c'è l'arcivescovo di Pisa, monsignor Plotti, che teme la nota vincolante sui matrimonietti e invoca collegialità. Come se i pastori del Pollino, quando il branco di lupi esce dal bosco, chiedessero la convocazione della conferenza allevatori lucani per decidere se imbracciare le doppiette. Ma quando mai.
 
I vescovi devono appunto tornare a fare i pastori, senza lasciarsi guidare dal gregge e meno che meno dai mangiaostie a tradimento che non sono veri cristiani ma veri roussoiani (non riconoscono il peccato originale, pensano che i lupi siano buoni o forse vittime di una società ingiusta che li ha resi carnivori).
 
Parati semper...

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